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May 9, 2010

Eserciti nelle strade – Alcune questioni intorno al rapporto NATO “Urban Operations in the Year 2020″

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Nelle pieghe oscure del tempo forse non c’è nulla
se non il tocco muto delle nostre dita.
E le nostre azioni.

(John Berger)

Elementi d’algebra: la discarica dell’eccedenza

Per la prima volta nella storia, la maggioranza della popolazione mondiale vive in città [1]. E grandi quote di questa popolazione urbana conoscono condizioni d’assoluta povertà. Il concentramento di queste sterminate masse umane entro spazi sempre più ristretti, al fine di controllarle e sfruttarle meglio [2], ha generalizzato le baraccopoli su tutti i continenti, nessuno escluso, dando luogo a quello ch’è stato definito il “pianeta degli slum”. Secondo il rapporto dell’ONU The Challenge of Slums. Global Report on Human Settlements (2003), attualmente vivono negli slum quasi un miliardo di persone (una ogni sei, se si considera l’intera popolazione mondiale, ovvero un abitante di città su tre) e si ritiene che questo numero possa raddoppiare entro il 2030, talché nello stesso rapporto si parla di una crescente “urbanization of poverty”.

La Banca Mondiale, alla fine degli anni Novanta, aveva già messo a fuoco le conseguenze di questo processo: “La povertà urbana diventerà il problema principale e politicamente più esplosivo del prossimo secolo” [3]. La ricetta è però sempre la stessa: Praful Paten, rappresentante della Banca Mondiale al World Urban Forum organizzato da UN-Habitat (agenzia dell’ONU) a Barcellona nel 2004, in quella sede ha sostenuto che commercio internazionale e globalizzazione “nella maggior parte dei casi funzionano”.

Non è possibile fare qui un’esposizione dettagliata dell’urbanesimo planetario e dell’immiserimento nell’epoca della catastrofe capitalista; ci limiteremo quindi a una veloce carrellata.

Secondo UN-Habitat, le più alte percentuali (sopra il 90%) di abitanti negli slum si trovano in Etiopia, Ciad, Afghanistan e Nepal. “Bombay, con dieci o dodici milioni di occupanti abusivi e abitanti di casamenti, è la capitale globale dello slum, seguita da Città del Messico e Dhaka (tra i nove e i dieci milioni ciascuna), e poi Lagos, Il Cairo, Karachi, Kinshasa-Brazzaville, São Paulo, Shanghai e Delhi (tra i sei e gli otto milioni ciascuna)” [4]. Complessivamente, dall’inizio degli anni Settanta, nel Sud del mondo gli slum hanno avuto una crescita superiore all’urbanizzazione in quanto tale.

È facile immaginare che la metropolis planetaria del futuro, invece di stagliarsi con le sue ardite strutture in vetro e acciaio come sognato da generazioni di cantori del Moderno, sarà in gran parte raffazzonata con cartoni catramati, plastica riciclata, mattoni grezzi, blocchi di cemento, paglia e legname di recupero: “al posto delle città di luce che si slanciano verso il cielo, gran parte del mondo urbano del XXI secolo vivrà nello squallore, circondato da inquinamento, escrementi e sfacelo” [5].

Le “case” abitate dagli strati più poveri del proletariato urbano si trovano spesso su suoli d’infimo valore ed estremamente marginali, come zone golenali, acquitrinose, collinari o contaminate da scarichi industriali. Per esempio, nelle favelas di São Paulo (cresciute negli anni Novanta al dirompente tasso del 16,4% annuo) e di Rio de Janeiro si vive costantemente sotto la spada di Damocle di frane e smottamenti dalle conseguenze mortali (e lo stesso avviene a Porto Rico); le callejones di Lima costruite in buona parte dalla Chiesa cattolica, uno dei maggiori proprietari immobiliari della capitale peruviana, sono vere e proprie trappole per topi per chi ci abita (si deteriorano velocemente e crollano); sui 500 mila migranti che ogni anno arrivano a Nuova Delhi, 400 mila finiscono nelle bidonvilles, mentre a Bombay un milione e mezzo di persone, pur avendo un lavoro, mancano di un tetto e dormono sui marciapiedi; l’85% della crescita demografica in Kenya tra l’89 e il ’99 è stato assorbito dalle baraccopoli fetide e sovrappopolate di Nairobi e Mombasa; il centro di Ulan Bator, capitale della Mongolia, è attorniato da un mare di tende in cui vive mezzo milione di ex allevatori che la miseria ha cacciato dalle loro terre; al Cairo, le tombe settecentesche dei Mamelucchi sono abitate da un milione di persone, mentre un altro milione di cairoti dorme sui tetti; anche a Hong Kong (dove le Triadi sono i principali imprenditori dell’edilizia “informale”) moltissime persone, almeno 250 mila, vivono in costruzioni abusive sui tetti o all’interno dei pozzi d’aerazione degli edifici; in Cina oltre cento milioni di “fluttuanti” clandestini, rei di aver lasciato senza autorizzazione le proprie zone d’origine, sono privi d’ogni possibilità legale di avere una casa [6].

Spesso i rifiuti urbani e gli sfruttati indesiderabili si ammassano insieme: Quarantena fuori Beirut, Hillat Kusha nella periferia di Khartoum, Santa Cruz Mehehualco a Città del Messico, la “Montagna fumante” a Manila sono alcuni tra i nomi più noti di queste discariche “multifunzionali”.

Poi ci sono gli esodi biblici provocati dalle guerre, gli effetti sociali delle calamità cosiddette “naturali”, gli sconvolgimenti umani e ambientali prodotti dalla forsennata ricerca da parte del Capitale di nuovi spazi di valorizzazione. Eccetera eccetera.

La preoccupazione della Banca Mondiale per le conseguenze politiche e sociali di una situazione tanto grave quanto estesa è stata fatta propria, a modo loro, dai centri di studi strategici militari.

Per esempio, l’Army War College e il Warfighting Laboratory dei Marines sono ben consapevoli – come ha sottolineato Mike Davis – “del fatto che, mentre le bombe intelligenti sono oltremodo efficienti contro una città gerarchicamente strutturata, qual è per esempio Belgrado, con le sue infrastrutture centralizzate e i suoi distretti economici, le armi super-tecnologiche possono ben poco al fine di controllare gli agglomerati di povertà e sottosviluppo, come Sadr City [uno degli slum più grandi del mondo] e Mogadiscio, dove nel 1993 la milizia dello slum inflisse perdite nell’ordine del 60% agli Army Rangers, corpo d’élite dell’esercito USA” [7].

La débâcle di Mogadiscio ha costretto il Pentagono a ripensare le MOUT (Militarized Operations on Urbanized Terrain). “Il futuro della tecnica bellica”, si legge nello studio Our Soldiers, Their Cities, pubblicato nella primavera 1996 da “Parameteres”, giornale dell’Army War College, “sta nelle strade, nelle fogne, negli edifici multipiani, nella incontrollata espansione delle case che formano le città frammentate del mondo. […] La nostra recente storia militare è punteggiata di nomi di città – Tuzla, Mogadiscio, Los Angeles [8], Beirut, Panama, Hue, Saigon, Santo Domingo – ma questi scontri sono stati solo un prologo, mentre il dramma vero e proprio deve ancora cominciare”.

Le grandi baraccopoli in crescita caotica nei sobborghi delle città del Terzo Mondo neutralizzano buona parte dell’arsenale barocco di Washington e “l’analisi attenta di questo problema ha indotto gli strateghi militari” – continua Mike Davis – a incentrare “l’attenzione sul territorio, sulle baraccopoli stesse”.

Il nemico, insomma, “è meno importante che il labirinto in cui si nasconde”, che costituisce uno spazio organizzato in “informali sottosistemi decentrati” di cui non esistono planimetrie e in cui “i punti di leva del sistema non sono facilmente individuabili” [9].

Anche la RAND Corporation, un think-tank no profit istituito dall’Air Force nel 1946, nota per aver ideato negli anni Cinquanta il progetto Armageddon (lo scontro nucleare finale) e per aver avuto negli anni Sessanta un ruolo di primo piano nella formulazione della strategia bellica USA in Vietnam, oggi si occupa di città [10]. Uno dei più importanti progetti tra quelli varati dalla RAND negli anni Novanta [11], dedicato a studiare “come i mutamenti demografici influiranno sui conflitti di domani”, rileva che l’urbanizzazione della povertà mondiale ha prodotto “l’urbanizzazione della rivolta”, lamentando che “né la dottrina, né l’addestramento, né l’equipaggiamento statunitensi sono progettati per la controinsurrezione”.

È questo lo sfondo della teoria della Fourth Generation Warfare (4GW) che è andata definendosi negli ultimi vent’anni, una teoria che sembra fatta apposta per affrontare una guerra mondiale a bassa intensità di durata illimitata contro le fasce criminalizzate del proletariato urbano, in cui gli specifici campi di battaglia del XXI secolo saranno le periferie affamate (“Il popolo ha fame e manca il pane? E allora dategli proiettili di gomma e peperoncino!”, trombettano le Marie Antoniette d’oggidì). Perché il “breve sogno della perenne prosperità per tutti” [12] è ormai finito e, come riconosciuto anche dall’ex chief economist e senior vice president della Banca Mondiale Joseph E. Stiglitz, “malgrado le reiterate promesse di ridurre la povertà fatte negli ultimi dieci anni del XX secolo, il numero effettivo di persone che vivono in povertà è invece aumentato di quasi cento milioni” [13]. E quando Stiglitz scriveva queste righe non era ancora “scoppiata” la “crisi”…[14]

Note:

[1] “Delle ‘metropoli’ di inizio Novecento solo quattro avevano più di un milione di abitanti: Londra, Parigi, Berlino e New York; oggi nel mondo 372 aree metropolitane contano oltre un milione di persone e 45 [chiamate mega-città] più di 5 milioni. […] Negli anni in cui fu concepita l’idea di megalopoli [verso la fine degli anni Cinquanta] c’erano al mondo solo due città con più di 10 milioni di abitanti. Oggi ben una quindicina hanno superato questa soglia, e nemmeno una è in Europa, solo due sono negli Stati Uniti, mentre tutte le altre sono in Asia e in America Latina. Le più grandi di queste super-giganti, tra i 20 e i 25 milioni di abitanti, rappresentano una nuova dimensione dell’urbano e al tempo stesso una potenziale minaccia, considerati gli enormi problemi ambientali, amministrativi e sociali che la loro esistenza implica” (AGOSTINO PETRILLO, Megalopoli, in Enciclopedia del Novecento, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 2004, vol. XIII: Dal XX al XXI secolo: problemi e prospettive, Supplemento III: I-W, p. 160).

[2] In quelle che Saskia Sassen chiama “città globali” il Capitale da una parte celebra i suoi festini d’ipervalorizzazione succhiando (nelle “boite”, negli sweatshop e a domicilio) “il midollo della vita” soprattutto di donne, bambini, migranti, gente di colore ecc. e dall’altra ridisegna l’ambiente urbano a sua immagine e profitto: nei distretti del business, dove si concentrano le funzioni direzionali e finanziarie d’ordine superiore, piovono massicci investimenti immobiliari e tecnologici, mentre le aree a basso reddito vengono lasciate sprofondare nell’indigenza più totale. Cfr. SASKIA SASSEN, Globalizzati e scontenti. Il destino delle minoranze nel nuovo ordine mondiale, il Saggiatore, Milano, 2002. Come si faccia a parlare di “minoranze”, di fronte a fenomeni di tale vastità e portata, resta un mistero della sociologia contemporanea, anche di quella “critica”… Basti ricordare, per esempio, che “città come New York vedono il dilagare del lavoro nero e l’economia informale superare come fatturato l’economia normale” (AGOSTINO PETRILLO, Megalopoli, cit., p. 160). Della Sassen si veda anche Città globali. New York, Londra, Tokyo, UTET Libreria, Torino, 2000 (2ª ed.), coll. “Mediamorfosi”.

[3]Cfr. Documento di lavoro del gruppo di ricerca Finanza e Sviluppo, Banca Mondiale, gennaio 2000.

[4]MIKE DAVIS, Il pianeta degli slum, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 27.

[5]Ivi, p. 24.

[6]Il Rapporto 2008 sull’Urbanizzazione della Cina, redatto e pubblicato a Pechino il 15 aprile 2009 dall’Associazione Nazionale dei Sindaci, ha reso noto che la popolazione non agricola residente nelle aree urbane ha toccato il 45,68%, superando la quota dei 600 milioni di persone e ribaltando quasi del tutto i millenari equilibri città/campagna dell’ex Celeste Impero. La velocità dell’urbanizzazione in corso attualmente in Cina non ha precedenti nella storia umana.

[7]Mike Davis on a “Planet of Slums”. The rising tide of urban poverty, a cura di Lee Sustar, in “Socialist Worker”, 12 maggio 2006 (http://socialistworker.org/2006-1/588/588_06_MikeDavis.shtml).

[8]Quasi una settimana di scontri (ai quali partecipano circa 50 mila manifestanti, parte di una folla a vario titolo attivamente coinvolta quattro volte più grande) e saccheggi, una sessantina di morti e tremila feriti, 12.500 tra fermati e arrestati, trecento negozi devastati e dati alle fiamme, danni per circa un miliardo di dollari: la più violenta (e costosa) rivolta urbana del Novecento americano, per metter fine alla quale deve scendere in campo l’esercito federale (8 mila uomini della fanteria e dei Marines, oltre ai 12 mila della Guardia Nazionale), strumento d’intervento tipico nelle periferie urbane più povere del Pianeta, stavolta impiegato in modo massiccio – non fuori, bensì dentro i confini! – nelle strade di una delle città più importanti del mondo quanto a potenza economico-finanziaria e seconda degli States quanto a numero di abitanti. Cfr. The Rebellion in Los Angeles. The Context of a Proletarian Uprising, in “Aufheben”, Brighton, n. 1, estate 1992 (http://www.geocities.com/aufheben2/auf_1_la.html).

[9]“Aerospace Power Journal”, primavera 2002.

[10]Sul ruolo dei think-tank statunitensi, con particolare attenzione a quelli che “hanno veicolato l’ideologia liberista e contribuito in maniera decisiva all’affermazione del pensiero dell’impero americano”, cfr. MAURO BULGARELLI – UMBERTO ZONA, L’impero invisibile. Note sul golpe americano, NdA Press, Cerasolo Ausa di Coriano (Rimini), 2003.

[11] Cfr. JENNIFER TAW – BRUCEHOFFMAN, The Urbanization of Insurgency. The Potential Challenge to US Army Operations, RAND Monograph Report, Santa Monica, 1994, scaricabile da http://www.rand.org/pubs/monograph_reports/MR398/

[12]THOMAS KRÄMER-BADONI, Urbanität und Gesellschaftliche Integration, in “Infobrief Stadt 2030”, n. 3, dicembre 2001.

[13]JOSEPH E. STIGLITZ, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino, 2003, p. 5.

[14]Risibile è parlare di uno “scoppio” della “crisi”, in quanto essa è maturata lungo una catena che inizia a srotolarsi con la crisi di liquidità che scuote l’intero Occidente nel 1973-74, alla quale sarebbero poi seguiti: l’affondamento del Terzo Mondo sotto il peso del debito estero e delle relative politiche di “aggiustamento” nel successivo decennio (durante il quale gli Stati Uniti e il Regno Unito si deindustrializzano di fatto), la sfilza di crisi debitorie (1982 in Brasile e Messico, fusione del mercato azionario mondiale nel 1987, crisi dei depositi e prestiti negli USA del 1988-92, “crisi tequila” messicana del 1994, crisi asiatica del 1997-98), lo scoppio della “bolla” dot.com e la raffica di fusioni tra la fine degli anni Novanta e gl’inizi del nuovo millennio, la crisi argentina del 2001. Oggi gli anelli di questa catena vanno viepiù saldandosi l’uno con l’altro e serrandosi intorno ai Centri del Comando. Vedansi i siti web: http://home.earthlink.net/~lrgoldner/ e http://www.countdownnet.info/

Elementi di geografia umana: l’abisso prossimo

Il Terzo Mondo, se mai è esistito come altrove, è oramai scomparso. Il Terzo Mondo è qui. E ciò a motivo di profonde e incoercibili ragioni: “È ovvio che con l’odierno mostruoso estendersi del Capitale su ogni aspetto della vita umana, con la conquista di ogni angolo del Pianeta alla sua sfera d’influenza, specie nella forma imperialistica finanziaria, si estende alla scala planetaria anche l’attrazione e la repulsione di forzalavoro. Così la sovrappopolazione relativa è sempre più attratta o respinta a seconda della concentrazione di capitale nelle varie aree del mondo. Masse enormi di uomini si spostano rompendo ogni legame con la loro terra, disegnata da frontiere politiche ormai diventate anacronistiche […], e l’eccedenza di umanità senza riserve dilaga senza che nessuno possa porvi rimedio. Non vi sono poteri legislativi ed esecutivi che possano fermare la marea montante della cosiddetta immigrazione […]. L’espansione è finita: la miseria crescente è una delle condizioni di esistenza del Capitale globale, [perché] solo un immane serbatoio di schiavi potrà rappresentare un tentativo di salvezza” [15]. È questa tremenda pressione a produrre quella che certuni chiamano “brasilizzazione” della classe operaia occidentale, ovverosia la rottura del “patto” che ha retto il Welfare State nel secondo dopoguerra, il drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei salariati e la progressiva perdita di diritti e garanzie sociali [16].

La “fine del Terzo Mondo” ridisegna anche il tessuto delle metropoli occidentali: “Oltre alla fatiscenza crescente dei quartieri centrali e delle vecchie periferie, negli Stati sud-occidentali degli Stati Uniti stanno spuntando come funghi insediamenti informali praticamente indistinguibili da quelli che sorgono attorno a una qualunque città dell’America Latina. Per esempio, a un palmo dalle case milionarie di Palm Springs, in California, sul territorio della riserva indiana, si trovano slum [denominati colonias] che ospitano i contadini locali” [17]. Los Angeles è la capitale degli homeless del Primo Mondo, con centomila senzatetto [18]. E nella stessa capitale, Washington, “ad appena due strade dal Campidoglio s’apre un altro universo […] fatto di carcasse d’auto, palazzi sventrati e senza vetri alle finestre […]. La miseria del mondo si staglia fin sul portone della Casa Bianca” [19].

Il Paese delle mirabilia del “libero mercato” e della “democrazia” sta andando letteralmente a pezzi, perché il capitale USA, fanatico cultore della magia nera del “fittizio”, ha disinvestito da tutto quanto non era abbastanza e immediatamente redditizio, a cominciare dalle infrastrutture. Ed è così che in Minnesota crollano i ponti, le condutture fognarie nel centro di Manhattan esplodono [20] e la gente passa spesso ore e ore senza energia elettrica, come se vivesse a Baghdad o a Kinshasa.

Parallelamente la distruzione dei “quartieri poveri” di New Orleans, causata dal cedimento delle dighe al passaggio dell’uragano Katrina nel 2005, ha fornito un’ottima occasione per edificare una “nuova” New Orleans polita e ben campita, dopo averne scacciato gli abitanti “storici”. In questa vasta operazione di bonifica della “palude sociale”, gli obiettivi di massimizzare la rendita urbana e quelli di estendere il controllo sociale vanno di pari passo, fino a risultare indistinguibili. “Nulla è triste come questi immensi spostamenti di pietre per mano del dispotismo, al di fuori della spontaneità sociale”, scriveva Louise-Auguste Blanqui denunciando gl’interventi urbanistici con cui il Barone Haussmann scacciava i sans culottes dai loro antichi quartiers [21]. Ma i “calcoli che hanno sconvolto la capitale, per un duplice scopo di compressione e di vanità, falliranno davanti all’avvenire, come hanno fallito davanti al presente”, ammoniva l’Enfermé, nel maggio 1869, due anni prima della Comune…

Anche l’Europa ha i suoi slum da Terzo Mondo, soprattutto nelle periferie di città come Lisbona (dove si chiamano clandestinos), Atene e Napoli (ma una baraccopoli è ben visibile anche transitando sulla Milano-Brescia).

Il peggiore slum europeo è probabilmente la “Cambogia”, a Sofia in Bulgaria, dove 35 mila rom vivono come i Dalit, la casta degli intoccabili, in India.

Un quadro affatto scioccante è offerto dalla Russia, dove le baraccopoli hanno proliferato più velocemente dei membri di quella cleptocrazia che domina la ex “patria socialista”, molti dei servizi urbani indispensabili (come per esempio il riscaldamento a livello cittadino) sono andati a ramengo, lasciando gli anziani a morire di freddo in inverno, e immense torme di squatter, perlopiù immigrati privi di documenti o appartenenti a minoranze nazionali, occupano fabbriche abbandonate e palazzi fatiscenti, in particolare a Mosca. Ma a Milano è stato forse diverso, in questi ultimi anni, nelle molte “aree dismesse” prodotte dalla distruzione della “grande fabbrica”, prima della loro “riqualificazione” in gigantesche speculazioni immobiliari?

E ancora, quella che certa sociologia buontempona chiama “caravanizzazione dell’habitat”, molto presente in Centr’Europa e ora visibile anche nelle nostre città, cos’altro è se non uno slum su ruote per chi non può permettersi nemmeno più una stamberga?

E che differenza c’è, a parte lo sviluppo in altezza piuttosto che in estensione e l’impiego del calcestruzzo per gli HLM invece di materiali di recupero per le baracche, tra le banlieues e le bidonvilles, le une e le altre “luoghi del bando” sociale ed esistenziale?

E le “notti della collera” nelle banlieues francesi bastano a evidenziare come la linea di condotta dello Stato [22] e di questa società antropofaga consista essenzialmente in una “guerra ai poveri” nella quale il proletariato, volente o nolente, torna sempre più a reindossare quei panni, che furono originariamente i suoi, della “classe pericolosa” [23]. Pericolosa, per il semplice fatto di bere una birra in strada, di sbarcare il lunario pulendo i parabrezza delle auto ferme ai semafori [24], di far graffiti senza il beneplacito di un qualche assessore alla Cultura, insomma di esistere e, soprattutto, di essere in “soprannumero”. Per questi “esuberati” (Jacques Tardi), la cui forza-lavoro è diventata pletorica rispetto alle odierne necessità della valorizzazione, risuona d’inquietante attualità la soluzione “più razionale ed efficiente” tra quelle individuate dai benthamiani per l’Inghilterra del primo Ottocento: l’abolizione dei poveri, comunque “ridondanti” [25].

Il lessico della stigmatizzazione si arricchisce di continuo, mentre viceversa il linguaggio va impoverendosi fino a ridursi tendenzialmente al basic MTV, e richiama le retoriche della devianza e dell’esclusione di chi esce dalla norma, bollato come “altro” attraverso un controllo della popolazione che è insieme un’enunciazione di normalità: “Il soggetto normale si costituisce così come tale escludendo da sé un anormale, e se ‘normale’ vuol dire qui più o meno attivamente, più o meno consapevolmente, partecipe di una definizione positiva delle condizioni di vita, questo movimento corrisponde allo spostamento progressivo del confine che separa da coloro che vengono sempre più respinti a morte” [26]. Ed è così che “a sinistra come a destra, al Sud come al Nord, la semplice presenza del proletariato eccedentario è divenuta un autentico incubo vivente per la borghesia. La paura generata nelle classi dirigenti dalle reazioni potenziali di questo proletariato demunito di tutto è immensa e provoca dappertutto lo stesso riflesso sicuritario” [27].

E allora, sempre più polizia (con un vero e proprio boom delle “agenzie di sicurezza” private) [28], campagne d’isterizzazione (contro l’“uomo nero”, il “clandestino”, l’“abusivo” ecc.) [29], ronde e roghi contro i rom, prigioni [30] e CIE, videosorveglianza, produzione a ciclo continuo di “emergenze”, muri (non ne sono mai stati innalzati tanti come da quando è crollato quello di Berlino, che avrebbe dovuto essere l’ultimo…), tornelli (d’ogni foggia e meccanica), sistemi di controllo e schedatura biometrici [31], armi “invalidanti” [32], una vera e propria panoplia di manufatti e servizi offerti dall’Industria della Paura [33], senza tralasciare i vecchi ma sempre efficaci metodi (sacco di juta e bastonate). Il tutto nel quadro della costruzione di una “Festung Europa” i cui elementi essenziali possono essere così riassunti: “La blindatura dei confini dell’Unione Europea pro- cede a ritmo serrato in forza dell’impiego di nuove tecnologie e di cooperazioni transfrontaliere, mentre aumentano costantemente la sorveglianza e il controllo al suo interno. A ciò si aggiungono le missioni estere dell’Unione Europea nei cosiddetti ‘Paesi terzi’. […] Dal 1999 l’Unione Europea definisce l’Europa come uno ‘Spazio di libertà, sicurezza e giustizia’. Tanto in ambito civile quanto in ambito penale, in futuro avranno luogo cooperazioni giudiziarie e di polizia molto più estese. […] A livello poliziesco, gli organi dell’Unione Europea hanno ottenuto l’attribuzione di maggiori competenze, mentre hanno visto la luce nuovi Programmi e nuove Autorità. Ogni Autorità di Pubblica Sicurezza potrà accedere a tutte le banche dati del DNA e dei rilievi dattiloscopici nonché alle informazioni raccolte negli archivi dei registri automobilistici. […] Per facilitare l’imposizione di divieti di trasferta e per fare in modo che ‘soggetti violenti possano essere rapidamente individuati e arrestati’, è stato semplificato lo scambio di informazioni su individui ‘indiziati di terrorismo e facinorosi itineranti’. […] La formazione di queste ‘Squadre Speciali Europee’ sarà gestita dall’Europol. […] La cooperazione tra polizia e servizi segreti viene ampliata. […] Su proposta del ministero dell’Interno tedesco, è ora prevista l’implementazione di ‘Centri Comuni Antiterrorismo’ in tutti gli Stati dell’UE. […] In aumento su tutto il territorio europeo è anche il monitoraggio di Internet. I Paesi membri dell’UE fissano parametri europei e ‘armonizzano’ le loro leggi nazionali, come nel caso dell’immagazzinamento preventivo di dati (Data retention). I fornitori di servizi di telecomunicazione e i provider sono tenuti a salvare i dati relativi ai collegamenti e a trasmetterli alla Polizia, se questa li richiede. […] Unità di polizia europee conducono in comune addestramenti e operazioni di contrasto a manifestazioni di protesta. In accademie europee di polizia, vengono ideate tattiche operative per il ‘crowd management’ (controllo della folla). In questo campo, è centrale il ruolo dell’Accademia di Polizia Europea (CEPOL) con sede in New Hampshire (Inghilterra) […]. Dopo le contestazioni di Genova e Göteborg nel 2001, nel 2004 è stato avviato dall’UE il programma di ricerca Coordinating National Research Programmes on Security during Major Events in Europe. Al coordinamento e alla direzione di EU-SEC provvede l’‘Istituto di Ricerca Interregionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sulla Criminalità e la Giustizia’ (UNICRI). Con il motto: ‘Advancing security, serving justice, building peace’ questo istituto di ricerca europeo gestisce diversi gruppi che si dedicano a tematiche inerenti la sicurezza. L’UNICRI è curatore del manuale antiterrorismo Counter-Terrorism Online Handbook. Fra i gruppi di lavoro allocati presso l’UNICRI vi è l’‘Osservatorio permanente per la sicurezza durante i grandi Eventi’ (IPO), con sede a Torino, in Italia. […] Di pari passo con l’ampliamento del numero degli Stati membri dell’UE e con l’eliminazione dei controlli di frontiera, è in atto un forte riarmo tecnologico: apparecchiature per l’esplorazione ambientale visiva notturna, elaborazione automatizzata di monitoraggi video, cavi a radiofrequenza capaci di misurare e riportare la percentuale d’acqua presente in corpi stazionanti o circolanti nei pressi. Sono nate inoltre nuove centrali operative cogestite. Grazie all’ampliamento del Sistema Informativo di Schengen (SIS), le polizie hanno la possibilità di elaborare maggiori quantità di dati. Per l’archiviazione delle impronte digitali e dei dati biometrici di migranti sarà presto attivato il Sistema Informativo per i Visti (SIV). […] Con l’istituzione dell’‘agenzia di frontiera’ FRONTEX a Varsavia, è stato allestito un nuovo baluardo della ‘difesa’ europea dalla migrazione. ‘Chiunque non lo meriti e non sia gradito sul territorio, deve essere fermato’. […] FRONTEX mantiene un ‘Registro Tecnico Centrale’ (‘Toolbox’) delle attrezzature dei Paesi membri per il controllo e la sorveglianza dei confini. Inoltre, FRONTEX effettua interventi operativi congiuntamente alle polizie nazionali […]. Quest’agenzia come tale non dispone di squadre per il contrasto dei rifugiati, ma le squadre di frontiera dei Paesi membri sono destinatarie di massicci incrementi dell’equipaggiamento. I Carabinieri italiani, per esempio, sono stati dotati di nuove imbarcazioni, elicotteri e apparecchiature per il monitoraggio. […] Il trattato di Lisbona prevede ‘riforme’ anche nel campo della politica militare. La Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD) richiede un ‘miglioramento progressivo delle capacità militari’. Al più tardi per il 2010 l’UE dovrebbe stanziare propri contingenti armati. […] Peraltro, l’UE ha approntato un ulteriore strumento d’intervento in ‘Stati terzi’ molto meno noto: la ‘Forza di Gendarmeria Europea’ (EGF o anche: ‘Eurogendfor’)[34]. […] Il Quartier Generale dell’EGF è collocato in una caserma dei Carabinieri a Vicenza in Italia. Sempre a Vicenza, il Corpo [35] gestisce un centro di addestramento internazionale, il Centre of Excellence for Stability Police Units [36] (CoESPU)” [37].

Quindi, riassumendo all’estremo, le linee di forza lungo cui si ridefinisce lo spazio urbano in Occidente sono tre:

a) la gentrificazione [38] e bruxellizzazione [39] del tessuto “tradizionale” della città, per eliderne lo spessore storico, fomite di conflitto, e “abbassarla” [40] a misura del ceto medio planetario, o meglio della sua ideologia materiata, poiché in quanto strato sociale determinato sembra tendere viepiù a un’irrimediabile implosione e disgregazione;

b) una spessa coltre di baraccopoli (bidonvillizzazione) e zone marginali (dove la bidonville non è architettonica, ma esistenziale), sempre più somiglianti a campi di esclusione: “il campo è lo spazio che si apre quando lo stato di eccezione comincia a diventare la regola” (Giorgio Agamben);

c) e infine le gated community, istituzionalizzatesi a partire dagli anni Settanta, dotate di servizi propri, superprotette da polizie private, apparati elettronici e quant’altro, “veri e propri insediamenti circondati da muraglie e sistemi di controllo che precludono l’accesso a strade, parchi, spiagge fiumi e altre risorse”, vigilati a tempo pieno e delimitati da recinzioni, muri o altre forme di sbarramento [41]. L’habitat borghese, un tempo concrezione, immagine e promessa di quella sicurezza e di quel comfort che il mercato avrebbe dovuto virtuosamente estendere a tutti i settori della società, è divenuto un bunker ultradifeso in un oceano di miseria che va sommergendolo.

Note:

[15]Cfr. Legge della miseria crescente, in “n+1”, n. 20, dicembre 2006, p. 88.

[16]“Negli anni che vanno all’incirca dal 1965 al 1977 la working class occidentale spaventò i capitalisti con una sollevazione mondiale contro la catena di montaggio e, in definitiva, con una rivolta contro la ‘forma-valore’ (benché solo alcuni la intendessero in quanto tale), oltre che contro il peggioramento delle condizioni di vita connesso con l’inizio della crisi”. LOREN GOLDNER, Capitale fittizio e crisi del capitalismo, PonSinMor, Gassino Torinese (Torino), 2007, p. 11 (trad. it. modificata). In Italia questa sollevazione fu particolarmente dura, estesa e duratura, tanto che per stroncarla occorse l’azione congiunta di tutti gli apparati dello Stato, dai reparti speciali dei Carabinieri del generale Dalla Chiesa alla CGIL di Lama, e dell’intero sistema dei partiti, PCI in testa. La completa distruzione della classe operaia che ne sarebbe seguita fu divinata con largo anticipo da uno slogan del ’77: “Non c’è disfatta / non c’è sconfitta, / senza / il grande / Partito comunista”. Pinochet, la “Lady di ferro”, il generale Videla e la sua giunta, Reagan e i “Chicago Boys” sono le figure simbolo di questa controffensiva dell’Economia che avrebbe impestato l’intero Pianeta e messo in croce i suoi abitanti. Trent’anni dopo, nell’epicentro del “Washington consensus” la distribuzione sociale dei redditi è regredita ai livelli pre-1929, oltre 36 milioni di sfruttati vivono nell’“insicurezza alimentare”, l’orario di lavoro per addetto (dal 1973 al 1998) è aumentato di 178 ore all’anno (pari a quattro settimane addizionali), un adulto su 32 è in prigione o in libertà condizionale (gli USA contano il 25% di tutti i detenuti della Terra per una popolazione che rappresenta appena il 5% della popolazione mondiale) e l’aspettativa di vita è scesa al livello di quella della Giordania, collocando il “Paese più ricco al mondo” intorno al quarantunesimo posto della relativa graduatoria.

[17] Mike Davis on a “Planet of Slums”. The rising tide of urban poverty, cit.

[18]La “città degli angeli” vanta un primato anche in campo sicuritario, essendo teatro di una fusione senza precedenti tra progettazione urbana, architettura e apparati di polizia. Ma il lavoro dello sbirro va assomigliando sempre più a quello inane di Sisifo: accade così che, brutalizzati e scacciati da via Lecco (Milano) all’inizio del 2006, i “rifugiati” senza casa tornino nell’aprile 2009 a occupare uno stabile a Bruzzano (per subire poi un ulteriore sgombero e iniziare una nuova peregrinazione tra i dormitori mediolanensi) e che, in Australia, i “senza fissa dimora” rastrellati nel centro di Perth prendano il treno per Maylands e ne invadano i sobborghi (NIKKI HUTCHINSON, Homeless invade suburbs after police clear CBD, in “Perth Now”, 24 febbraio 2009; abbiamo tratto questa gustosa informazione da “Mall”, http://mall.lampnet.org/article/articleview/5359/1/187).

[19]Così racconta Jean Ziegler in Les Nouveaux Maîtres du monde. Et ceux qui leur résistent, Fayard, Paris, 2002. E nelle strade di questi “quartieri ghetto” – come ai tempi dei Circoli del Proletariato Giovanile e della “critica della questione urbana” venivano definiti anche i milanesi Quarto Oggiaro, Gallaratese, Gratosoglio ecc. –, da cui non si esce mai se non per entrare in carcere, istituto del quale essi non sono del resto che l’introibo e l’estensione sul territorio metropolitano, tutti i giorni si combatte un’accanita “guerra ai poveri”. Cfr. LOÏCWACQUANT, Dell’America come utopia al rovescio, in “aut aut”, n. 275, 1996.

[20] BRENDAN LOWE, When cities break down, in “Time”, 19 luglio 2007. Una tubatura installata nel 1924 è esplosa vicino alla Grand Central, con colonne di fumo innalzatesi fino alla cima dei 77 piani del Chrysler Building, provocando la morte di una persona e il ferimento di altre trenta. “Gli esperti di gestione urbana spiegano che le vecchie città americane sono delle Pompei dei nostri giorni, nel raggio di possibili eruzioni vulcaniche infrastrutturali come quella di New York”, scrive l’articolista, ma “non è soltanto questione di condotte. Si tratta di ponti, strade, sistemi elettrici, una varietà di cose che possono succedere in un contesto artificiale e che possono risultare in effetti disastrose” (Dan LeClair, docente di Urbanistica alla Boston University).

[21]Cit. in WALTER BENJAMIN, Parigi, capitale del XIX secolo, Einaudi, Torino, 1986, pp. 201-202. Nel quinto capitolo del Pianeta degli slum, cit., l’Autore, dopo aver sottolineato che “la segregazione urbana non è uno status quo congelato quanto un’incessante guerra sociale in cui lo Stato interviene regolarmente in nome del ‘progresso’, dell’‘abbellimento’ e perfino della ‘giustizia sociale per i poveri’ per ridisegnare i confini spaziali a favore della proprietà immobiliare, degli investitori stranieri, dell’élite dei proprietari di case e dei pendolari delle classi medie”, descrive la portata degl’interventi compiuti dagli emuli “tropicali” del Prefetto della Senna: “l’odierna scala di rimozione della popolazione è immensa: ogni anno centinaia di migliaia, a volte milioni, di poveri […] vengono espulsi con la forza” dai loro quartieri nelle città del Terzo Mondo, “ostacoli umani” (secondo una definizione delle autorità di Dakar), nomadi “transitanti in un perpetuo stato di ricollocazione” (secondo la formula usata dall’urbanista nigeriano Tunde Agbola).

Negli ultimi anni, il più delirante (e spietato) dei programmi di “abbellimento urbano” è stato forse quello condotto a Rangoon, Mandalay e Old Bagan, in preparazione del “Visit Myanmar Year 1996”, dalla dittatura narco-militare birmana, che fra l’altro ha fatto ricorso al lavoro forzato per realizzare le infrastrutture turistiche, mentre centinaia di migliaia di persone venivano strappate dalle loro case e mandate in “nuove città” distanti decine di chilometri dai centri cittadini e dalle loro fonti di reddito. Questa strategia di “pulizia urbana” trova i suoi antecedenti nella guerra che, negli anni Sessanta e Settanta, i regimi militari del Cono Sud dichiarano alle favelas e ai campamientos, percepiti come potenziali centri di resistenza e come ostacoli alla “borghesizzazione” urbana. E così in Brasile, dopo il 1964, sventolando la minaccia “guerrigliera”, i militari radono al suolo un’ottantina di favelas sulle colline intorno a Rio de Janeiro; una delle prime misure adottate dalla giunta di Pinochet, nel 1973, è quella di espellere dal centro di Santiago gli abusivi delle poblaciones e delle callampas; e nell’Argentina di Videla la liquidazione manu militari della militanza sociale nelle villas miserias va di pari passo con il riciclaggio speculativo dei terreni urbani “bonificati” (nella Gran Buenos Aires viene raso al suolo il 94% degl’insediamenti “illegali”).

Anche in Egitto, soprattutto dopo la “rivolta del pane” contro il Fondo Monetario Internazionale del gennaio 1977 (“la sollevazione dei ladri guidata dai comunisti”, nelle parole del presidente Sadat), lo Stato conduce una feroce repressione nei confronti dei quartieri urbani “sovversivi”, a cominciare da Ishash al-Turguman, nel distretto di Bulaq, vicino al centro del Cairo (il repulisti di questo distretto avrebbe dovuto essere il primo passo di una ricostruzione dell’intera città prendendo a modello Los Angeles e Houston). E in questa caccia alla “feccia”, ai “criminali” e ai “terroristi” annidati negli slum si usano tanto i bulldozer quanto gl’incendi dolosi, tanto le squadre speciali quanto le bande prezzolate, tanto le leggi antisommossa risalenti all’epoca coloniale quanto le nuove misure di “emergenza”. Cfr. ivi, pp. 93-104.

[22]Merita di ricordare che l’état d’urgence promulgato l’8 novembre 2005 (con un decreto, convertito in legge dieci giorni dopo) dal governo di destra, senza l’opposizione dell’opposizione, era stato istituito giusto cinquant’anni prima, per far fronte alla sollevazione algerina, da un certo François Mitterrand, allora ministro dell’Interno di un governo di sinistra retto da Pierre Mendès-France.

[23]Cfr. LOUIS CHEVALIER, Classi lavoratrici e classi pericolose, Laterza, Roma-Bari, 1976. Di questo Autore va anche ricordato che fu uno dei più attenti e partecipi osservatori dell’agonia di Parigi sotto l’incedere della lue neomoderna (cfr. L’Assassinat de Paris, Calmann-Lévy, Paris, 1977, coll. “Archives des sciences sociales”; ried. Ivrea, Paris, 1997, con una presentazione di Claude Dubois).

[24]Si veda l’ordinanza emanata dalla giunta comunale di centrosinistra il 25 agosto 2007 che bandiva dalla città dei Ciompi il “mestiere girovago di cosiddetto lavavetri” (anche gli umili e tumultuosi mestieranti trecenteschi “se ne andarono sì come gente rotta, et senza capo et sentimento, perché si fidavano et furono traditi da loro medesimi”, come riportato dal cronachista Filippo Villani). Il premier d’allora Romano Prodi si disse però in disaccordo: “Io sono sempre stato convinto che la lotta contro la piccola criminalità è indispensabile anche per fermare la grande criminalità, ma non avrei cominciato dai lavavetri, avrei cominciato con quelli che fanno le scritte sui muri, con i posteggiatori abusivi” (“Corriere della Sera”, 31 agosto 2007). Il provvedimento della giunta gigliata introduceva anche l’arresto per i trasgressori, facendo ricorso all’art. 650 del Codice Penale che prevede l’arresto fino a tre mesi per “chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o d’igiene”.

[25]Non potendo eliminare alcuni tabù che rendevano di fatto questa linea impraticabile, la “brutalità canagliesca” di questi “riformatori della classe media” si espresse in maniera “moderna, aggiornata e socialmente scientifica” assegnando ai poveri inglesi il dubbio “privilegio di essere il primo gruppo la cui umanità fosse sottoposta all’analisi dei costi”. Fu così che Edwin Chadwick, James Kay e i loro associati imposero nel 1834 il Poor Law Reform Act, la riforma della legge sui poveri, “uno degli esempi di legislazione più odiati e disprezzati di tutta la storia britannica”. Cfr. STEVENMARCUS, Engels, Manchester e la classe lavoratrice, Einaudi, Torino, 1980, pp. 16-17.

[26]ANDREA CAVALLETTI, La città biopolitica. Mitologie della sicurezza, Bruno Mondadori, Milano, 2007, p. 17. Figura chiave del delirio sicuritario è il “clandestino”, questo nuovo “reprobo” e “fuggiasco assoluto” che, per aver violato o cercato di violare “il grande spazio della sicurezza”, viene sistematicamente “respinto nella morte” (ivi, pp. 219-220). Sull’omicidio “che non costituisce reato” di chi è stato “messo al bando”, si veda l’iracondo FILIPPO ARGENTI, Le notti della collera. Sulle recenti sommosse di Francia, Tempo di ora, s.l., 2006.

[27]Petite balade sous le soleil noir du capital, in “Communisme”, Organe central en français du Groupe Communiste Internationaliste, n. 59, ottobre 2007, p. 17.

[28]“Negli ultimi tempi questo mercato sta attraversando un vero boom. La Blackwater riceve tutta l’attenzione della stampa per il suo discusso ruolo nella sicurezza privata in Iraq, ma ci sono sempre più città del mondo che hanno consegnato la lotta al crimine in mani private. Gli analisti stimano che quello delle polizie è un affare che globalmente vale tra i 100 e i 200 miliardi di dollari, ed è un settore in crescita nel mondo in via di sviluppo. In Russia, ci sono molti più poliziotti privati di quelli normali: dieci a uno. In Sudafrica, queste milizie sono talmente presenti da essersi addirittura aggiudicate la vigilanza delle caserme di polizia. Si stima che in India la sicurezza privata produca circa un milione di posti di lavoro. Anche l’Uganda ha per le sue strade 20 mila vigilanti, tanti quanti l’Iraq nel 2006, nel pieno della guerra. […] Nelle città più ordinate del mondo, dove da tenere in sicurezza sono gli shopping mall [centri commerciali pedonalizzati], compagnie come la [statunitense] Pinkerton o la britannica G4S usano personale qualificato e in uniforme per cooperare strettamente con le forze pubbliche” (“Newsweek”, 23 febbraio 2009).

[29]Al riguardo è d’obbligo rimandare all’attività di contrasto, denuncia e mobilitazione svolta dall’Assemblea Antirazzista di Torino e dal Comitato Antirazzista di Milano, oltreché all’azione portata avanti in modo più o meno organizzato in altre parti d’Italia. L’opuscolo autoprodotto a Torino, col titolo La guerra in città, riporta un’interessante cronologia (maggio-ottobre 2008) di questo intervento quotidiano. Per inciso, lo stimolo per la stesura di questa nostra relazione ci è stato offerto proprio dalle pratiche e dalle riflessioni dei compagni sopraindicati, oggi oggetto di pesanti interventi repressivi (due richieste di “sorveglianza speciale” per un periodo di quattro anni e un “foglio di via obbligatorio”) proprio in ragione della loro generosa, ed evidentemente sgradita ai tutori dell’italiota “Stato razziale”, attività. Salut!

[30]È di pochi giorni fa la proposta, contenuta nel piano straordinario consegnato dal capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) Franco Ionta al ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano, di costruire carceri galleggianti, da ormeggiare nei porti di Genova, Livorno, Civitavecchia, Napoli, Gioia Tauro, Palermo, Bari e Ravenna, adottando così una soluzione già messa in pratica negli ultimi vent’anni negli Stati Uniti (la prima chiatta-prigione fu inaugurata a New York nell’89, lungo il fiume Hudson), in Gran Bretagna (la nave-prigione Weare rimase ancorata dal 1997 al 2005 nella baia di Portland, in Dorset) e, più recentemente, in Olanda (dove la polizia ha usato un mezzo navale per la detenzione degli immigrati clandestini).

[31]Il rapporto An Appraisal of Technologies of Political Control, curato da Steve Wright (direttore della fondazione Omega) per conto della commissione STOA (Scientific Technological Options Assessment) del Parlamento Europeo nel 1998 elenca: sistemi semi-intelligenti della zona di rifiuto (che adottano reti neurali capaci di utilizzare modelli di riconoscimento e sono in grado d’“imparare”, così da poter pattugliare aree sensibili e utilizzare a seconda della bisogna armi letali o sub-letali), sistemi di sorveglianza globale (il software di riconoscimento vocale può intercettare e rintracciare individui e gruppi, mentre supercomputer classificano automaticamente la maggior parte delle chiamate telefoniche, fax, e-mail), sistemi di dataveglianza (che tracciano immigrati e attivisti politici così come potenziali “terroristi” o altri obiettivi, attraverso l’uso delle tecniche biometriche per identificare le persone tramite il riconoscimento del DNA, della retina o delle impronte digitali), profilo dei dati (data profiler: le polizie di Stato sono in grado di usare la sorveglianza dei dati computerizzati per compilare “mappe di amicizia” o legami, attraverso l’analisi di chi telefona o spedisce posta elettronica e di chi la riceve).

[32]Come l’Advanced-Taser, una pistola con puntatore laser che genera scariche elettriche di 50 mila volt, provocando una folgorazione immediata, con un effetto invalidante istantaneo pari a quello di una calibro 9. Gli omicidî compiuti dalla polizia di Akron armata di Taser sono stati finora qualificati come casi di morte “senza motivo” o, meglio, di morte per Excited delirium, una nuova sindrome che per ragioni incomprensibili colpisce solo uomini o donne in stato di arresto… (Amnesty International, per parte sua, lamenta la morte dal 2001 di 142 persone colpite da scariche di Taser). La ricerca nel settore delle cosiddette armi “non letali” ha conosciuto una rapida accelerazione negli USA a partire dai primi anni Novanta del secolo scorso. Alle prese con le rispettive rogne – il Pentagono con l’umiliazione subita in Somalia, la polizia con le conseguenze del pestaggio di Rodney King a Los Angeles, il BATF (Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms) e l’FBI con le critiche seguite ai massacri di Waco e Ruby Ridge –, i responsabili della Difesa e della Sicurezza degli States cercavano qualcosa che permettesse alle “forze del bene” di prevalere, possibilmente senza grandguignoleschi spargimenti di sangue o almeno non in “diretta”. Fu così che nacque la dottrina nota come Military Operations Other Than War (MOOTW) e furono sviluppati i relativi progetti per nuovi sistemi d’arma (ovviamente, ebbe il suo peso anche l’aggressiva politica di marketing verso i dipartimenti di polizia condotta dal complesso industrial-militare). I sostenitori più accaniti di queste teorie erano futurologi come Alvin e Heidi Toffler e scrittori di fantascienza come Janet e Chris Morris (passati dalle fatiche letterarie all’intelligence), i quali trovarono spunto nei laboratori di armi nucleari di Los Alamos, nell’Oak Ridge National Laboratory e nel Lawrence Livermore National Lab. (che si vanta di risolvere “i maggiori problemi” in materia di “national security, homeland security, counterterrorism, energy and environment”). Un altro campione di questa dottrina era il colonnello John Alexander, diventato famoso per il programma Phoenix nella guerra del Vietnam e più tardi promotore della “guerra psicologica”. Del resto, anche in questo caso, non si era di fronte a un’assoluta novità. Già nei primi anni Settanta la British Society for Social Responsibility in Science (BSSRS) scriveva che le armi e le tecnologie della repressione sviluppate e testate dagli Stati Uniti in Vietnam e dall’Inghilterra nelle sue ex colonie e nell’Irlanda del Nord stavano facendo rientro in madrepatria (The new technology of repression. Lessons from Ireland, BSSRS, London, 1974). Propagandate come “non letali”, le nuove tecnologie della repressione mascherano il livello di violenza dispiegata per controllare le agitazioni. In quanto permettono sia di estendere “verso il basso” l’impiego della forza sia di risalire “verso l’alto”, le armi cosiddette “non letali” o “sub-letali” hanno tutte le caratteristiche necessarie per rivestire un ruolo decisivo in campo tattico-strategico e nel controllo sociale, consentendo una risposta graduata in relazione alla tipologia di minaccia e permettendo alle forze dell’ordine di potenziare la propria flessibilità, deterrenza e capacità di reazione alle situazioni incerte.

Tra le diverse tipologie di armi “non letali” già testate molte sono adatte ai compiti di contenimento di folle di rivoltosi. Le pallottole di gomma e le granate flash-bang (cioè accecanti-assordanti) possono essere considerate i primi rustici esempi di armi “non letali”, ma in futuro nuovi e ben più efficaci sistemi potrebbero entrare in servizio per proteggere installazioni, rendere più docili i “sobillatori” e “marcare” gl’“insuscettibili di ravvedimento” per facilitarne il riconoscimento e l’arresto. Un sommario elenco di questi armamenti comprende, oltre alle succitate armi elettriche portatili: mine “non letali” (contenenti sostanze irritanti o che azionano meccanismi immobilizzanti), laser a bassa energia (possono accecare individui e sensori in modo temporaneo o permanente), schiume paralizzanti, supercaustici (in grado di produrre incalcolabili sofferenze), stimolazioni e illusioni ottiche (armi che emettono impulsi luminosi ad alta intensità e luci stroboscopiche, note anche come Dream Machine, in grado di disturbare il sistema nervoso centrale causando vertigini, disorientamento e nausea), sistemi acustici a infrasuoni e a ultrasuoni (la nuova generazione di armi acustiche può generare onde traumatiche di 170 decibels in grado di danneggiare organi, creare cavità nei tessuti del corpo umano e causare traumi da onde d’urto potenzialmente letali), armi a microonde (Active Denial System, come il cosiddetto Pain Ray, “raggio del dolore”, usato per garantire l’ordine pubblico ma suscettibile d’essere impiegato con un’aumentata potenza e letalità), supercolle (fucili “lancia-colla” e barriere adesive), reti, cannoni ad acqua elettrizzata, munizioni di gomma e plastica (tra le altre sono state progettate munizioni a “doppio uso”, che a seconda della velocità con cui vengono sparate possono essere letali o “non letali”), Beanbag (munizione particolare la cui pallottola è costituita da un contenitore caricato con pallini ottenuti da legumi secchi).

[33]Tra questi merita d’esser segnalato Cogito 1002, presentato al Salone dell’Aeronautica di Parigi nel 2007 dalla Suspect Detection System (SDS), un’azienda israeliana che si fa vanto d’essere stata fondata da veterani del Mossad. Ha l’aspetto di un chiosco bianco in cui si viene fatti sedere e sottoposti a una serie di domande, elaborate da un computer e studiate su misura per il relativo Paese d’origine, alle quali bisogna rispondere tenendo una mano appoggiata su di un sensore “biofeedback”. Cogito 1002 registra le reazioni corporee dell’esaminando e indica se costui sia da considerarsi “sospetto” oppure no. Le esportazioni israeliane in questo settore, nel 2007, sono ammontate a 1,2 miliardi di dollari.

I prodotti e i servizi più significativi, perlopiù già in uso nei Territori Occupati, sono: recinzioni high-tech, velivoli senza pilota, rilevatori biometrici d’intrusione, dispositivi di sorveglianza video e audio, sistemi di identificazione dei passeggeri dei voli aerei e d’interrogatorio dei prigionieri. E i bravi studenti dell’Università Ben Gurion del Negev partecipano a progetti quali l’Innovative Covariance Matrix for Point Target Detection in Hyperspectral Images (matrice di covarianza innovativa per l’individuazione di punti bersaglio nelle immagini iperspettrali) e l’Algorithms for Obstacle Detection and Avoidance (algoritmi per l’individuazione e l’evitamento di ostacoli).

È da segnalare anche Hermes, il drone prodotto da Elbit (una delle società responsabili della “barriera di sicurezza” d’Israele, accordatasi con la Boeing per realizzare una recinzione “virtuale” tutt’intorno agli Stati Uniti, costo: 2,5 miliardi di dollari) che, dopo essere stato usato su Gaza per missioni di bombardamento, ha trovato impiego presso l’US Customs and Border Protection per pattugliare la frontiera tra Arizona e Messico (presto droni voleranno anche in North Dakota, vicino al Canada, e nel Golfo del Messico). Ma la passione per i robottini volanti non si ferma alle frontiere, ed è così che la polizia di Miami (Miami-Dade Police Department) li vorrebbe per controllare la regione paludosa delle Everglades.

[34]Nata da un accordo del 17 settembre 2004 tra i ministri della Difesa di Francia, Italia, Olanda, Portogallo e Spagna, Eurogendfor si addestra a Saint-Astier, nella regione della Dordogna, nei pressi di Bordeaux. In questa modernissima struttura della Gendarmeria francese è stata ricostruita, come in un set cinematografico, una vera e propria città, dove vengono simulate situazioni di guerriglia urbana. Si veda il video Entraînement des gendarmes à St.-Astier (http://dailymotion.virgilio.it/video/x20url_entrainementdes-gendarmes-a-st-ast_extreme).

[35]Va ricordato che col decreto legislativo 5 ottobre 2000, n. 297 (Norme in materia di riordino dell’Arma dei Carabinieri, a norma dell’articolo 1 della legge 31 marzo 2000, n. 78) l’Arma dei Carabinieri è stata elevata al rango di forza armata.

[36] Cfr. http://www.carabinieri.it/internet/Coespu

[37] Cfr. ACTIVISTS FROM GIPFELSOLI, PROZESSBEOBACHTUNGSGRUPPE ROSTOCK, MEDIAG8WAY, Abbattere l’architettura sicuritaria europea (http://gipfelsoli.org/Heiligendamm_2007_italiano/4821.html).

[38]La gentrificazione (in inglese, gentrification) è quel processo per cui dai vecchi quartieri operai e popolari del centro cittadino, degradati da un punto di vista edilizio e con costi abitativi bassi, nel momento in cui queste zone vengono sottoposte a “riqualificazione”, i vecchi abitanti a basso reddito vengono espulsi, per essere destinati a zone più periferiche, e sostituiti con nuovi abitanti ad alto reddito. Alla ristrutturazione degli immobili e alla “pacificazione” dell’area, opportunamente svuotata di industrie e operai, segue un regressivo “sviluppo” in senso turistico e di consumo culturale. Le aree gentrificate vengono quindi provviste di infrastrutture commerciali assolutamente all’avanguardia nell’offerta di pretenziosa paccottiglia e la loro promozione è curata nei minimi particolari. Ovviamente, la cosiddetta “rinascita della città” è stamburata come un evento bellissimo e suscettibile di portare benefici a tutti.

In relazione alla gentrification bisognerebbe analizzare altri tre termini canonici del Postmodern Urbanism: la heritage preservation, la revitalisation e l’urban design. Ma ce ne manca lo stomaco, oltreché lo spazio. Cfr. il dossier “Gentrification, urbanisme et mixité sociale”, in “Non Fides”, Journal anarchiste apériodique, Paris, n. 3, [marzo] 2009 (per un estratto, si veda http://www.non-fides.fr/spip.php?article119); inoltre cfr. http://members.lycos.co.uk/gentrification/whatisgent.html

[39]Dopo i tre gravi bombardamenti aerei subiti durante la Seconda Guerra mondiale Bruxelles dovette subire anche le ingiurie di un riassetto urbanistico nel corso del quale, in particolare negli anni Sessanta, interi quartieri furono quasi completamente distrutti e ricostruiti ex novo. Come accadde nel centro di Milano in quegli stessi anni, gli sventramenti causati dalle bombe furono la scusa per operarne di nuovi e ancora più orrendi. Comune era il target degli strateghi della guerra aerea ’39-45 e dell’urbanistica del capitale nel secondo dopoguerra: le popolazioni e la storia inscritta nelle pietre delle città europee, con la loro eccedenza di insurrezioni, rivolte e resistenze.

[40]Cfr. Abaissement, in “Encyclopédie des Nuisances”, Dictionnaire de la déraison dans les arts, les sciences et les métiers, Paris, fasc. 3, maggio 1985.

[41]Cfr. ALESSANDRO PETTI, Arcipelaghi e enclave, Bruno Mondadori, Milano, 2007. “Nel funzionamento delle bypass freeway a pagamento dei grandi agglomerati urbani di Los Angeles, Toronto, Melbourne; nell’utilizzo delle autostrade come ‘cordoni sanitari’ destinati a dividere i nuovi insediamenti per le classi emergenti e gli insediamenti informali di Instanbul, Giacarta e Manila; nell’uso di bypass pedonali nei centri per uffici della città di Houston, Texas” l’Autore vede alcuni significativi esempi di nuove “pratiche di controllo e sorveglianza sui flussi” che da una parte garantiscono un collegamento veloce e “sicuro” (“Si esce dal garage fortificato di casa, percorrendo tragitti blindati”) tra i luoghi dei “privilegiati” (gated community, aeroporti, quartieri residenziali di lusso, centri commerciali, zone del business, parchi a tema, villaggi vacanze ecc.) e dall’altra sono “lo strumento con cui controllare, filtrare e segregare intere parti di territorio e popolazioni, separando “i quartieri affluenti dall’espansione degli slum”. Cfr. ALESSANDRO PETTI, Asimmetrie spaziali, in “Conflitti globali”, n. 6, 2008, pp. 151-152, 164-166.

Queste pratiche di disconnessione, dietro cui si affaccia già ben visibile la prospettiva della guerra civile, si estrinsecano ai massimi livelli nei Territori Occupati: innanzitutto, le colonie ebraiche sono punti strategici per il controllo del territorio, “connessi tra loro e con Israele attraverso una rete infrastrutturale continua e omogenea” (la combinazione di questi due elementi, colonia e infrastruttura, genera quella che Jeff Halper definisce “la matrice del controllo”, http://www.icahd.org/eng/); in secondo luogo Israele controlla direttamente i flussi attraverso checkpoint permanenti e temporanei, barriere e pattugliamenti dell’esercito (con una sostanziale scomparsa del confine tra la legislazione militare e quella civile, tra norma ed eccezione); in terzo luogo, la dinamica di questo processo ha fatto sì che le byapass road si siano trasformate in sterile road (nel gergo militare israeliano: strade completamente bonificate dalla presenza dei palestinesi); infine, il controllo dei flussi e i dispositivi di esclusione sono complementari: “Il muro funziona come una membrana che lascia passare alcuni flussi e ne blocca altri e insieme all’autostrada N. 6 forma un unico sistema in grado di includere ed escludere, connettere e disconnettere” (ALESSANDRO PETTI, art. cit., pp. 153-156, 163).

Cfr. anche EYAL WEIZMAN, Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele, Bruno Mondadori, Milano, 2009, che muovendosi tra gli spazi sotterranei e gl’insediamenti, fino al cielo militarizzato sopra Gaza e la Cisgiordania, analizza i Territori Occupati come un sistema di controllo costante dello spazio e in costante trasformazione, plasmato e riplasmato da processi paralleli di costruzione e distruzione del paesaggio, che diventa in questo modo non solo immagine, ma strumento del potere; non solo teatro di guerra, ma arma per combatterla. Trasformato in una “trappola a scatto” dalle colonie ebraiche e dall’incedere tortuoso del Muro, da nuovi avamposti e stazioni di controllo, in un processo imprevedibile e apparentemente incontrollato, non rimane quasi più nulla dell’ambiente storico-morfologico in cui nacquero i palestinesi che oggi hanno quarantadue anni. “La recente distruzione in massa delle case di Gaza, per esempio, può essere interpretata come una riprogettazione dell’ambiente edificato”, allo scopo di “interrompere la continuità storica, territoriale e sociale del campo profughi, e con essa l’identità politica collettiva del rifugiato” (ivi, p. 2).

Di Eyal Weizman, direttore del Centre for Research Architecture al Goldsmiths College di Londra, si veda anche l’intervista, a cura di Linda Chiaramonte, a “uruknet.info”: “Lo spazio palestinese viene violentato, i militari israeliani per esercitare il controllo sui campi profughi ridisegnano lo spazio distruggendo in modo creativo, di casa in casa. Sfondano i muri come vermi nelle mele. Studiano l’architettura per applicarne le teorie nelle fasi di distruzione e ricostruzione. La tecnologia permette di sparare e vedere attraverso i muri, che ora non rappresentano più delle barriere, ma si smaterializzano e diventano entità elastiche” (http://www.uruknet.info/?p=s9801).

La categoria di Herrenvolk democracy (democrazia del popolo dei signori), assai utile per spiegare la storia dell’Occidente tra la fine dell’Ottocento e gl’inizi del Novecento, ben si attaglia oggi a Israele: come allora l’estensione del suffragio in Europa andava di pari passo col processo di colonizzazione e con l’imposizione di rapporti di lavoro servili o semiservili alle popolazioni assoggettate, così oggi il governo della legge (peraltro sempre sospendibile in caso di “emergenza”) per i cittadini israeliani s’intreccia strettamente con la violenza e l’arbitrio burocratico-poliziesco e con lo stato d’assedio nei Territori Occupati. Sulla categoria di Herrenvolk democracy, cfr. DOMENICO LOSURDO, Controstoria del liberalismo, Laterza, Roma-Bari, 2005.

Elementi di geometria: l’asimmetria a Rouen

L’orizzonte delineato dai centri di studi strategici militari statunitensi che abbiamo preso in considerazione nelle pagine precedenti viene ora fatto proprio anche dalla NATO.

Secondo il rapporto fatto apparire nel 2003 dall’Alleanza Atlantica Urban Operations in the Year 2020 (prodotto dal gruppo di studio SAS 30, cui partecipano dal 1998 esperti di sette nazioni: Italia, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Stati Uniti d’America) [42] la tendenza al prodursi di tensioni legate all’esistenza di “slum e condizioni di povertà” urbana “potrebbe crescere significativamente in futuro, conducendo a possibili sommosse, disordini civili e minacce alla sicurezza che imporranno l’intervento delle autorità locali” [43]. Il rapporto prende quindi le mosse da un’ovvietà di base: le discariche umane ai margini e negli interstizi dell’urbe costituiscono vere e proprie polveriere destinate in qualche modo a esplodere con effetti e dinamiche difficilmente prevedibili, non solo per la quantità dei possibili rivoltosi e la loro composizione eterogenea, ma anche per la complicata conformazione delle aree metropolitane contemporanee.

In aggiunta ai tradizionali rischi delle operazioni militari condotte in città, infatti, si avranno “ulteriori complicazioni associate alla grande estensione delle aree urbane e suburbane, agli stabili alti e alle aree sotterranee. Queste difficoltà saranno ulteriormente complicate dal rischio di perdere il controllo delle folle, dalle differenze culturali e razziali, dal movimento di non-combattenti, dal fatto di condurre operazioni in ambienti a tre dimensioni e dalla prospettiva di danni collaterali alle infrastrutture. Le conseguenze di comportamenti non appropriati rispetto a questi rischi potrebbero essere immense” [44].

La posta in gioco riguarda sostanzialmente la capacità da parte delle forze militari di gestire situazioni di conflittualità asimmetrica, in cui il nemico è rappresentato non già da un esercito regolare, bensì da una massa eterogenea di “irregolari” che, peraltro, potrebbero far buon uso delle dotazioni tecnologiche contemporanee [45]. “Minacce asimmetriche, tecnologie emergenti e operazioni in aree urbane” sono quindi identificate nel rapporto UO 2020 come “le principali caratteristiche e le sfide potenziali per le operazioni dell’Alleanza nel futuro” [46]. In particolare, si sottolinea che da diversi anni è stato rilevato come “un insorgente” possa agire “più liberamente e con maggior efficacia in aree urbane affollate per attaccare ripetutamente le forze della legge e dell’ordine con una grossa riduzione dei rischi. I guerriglieri, gl’insorgenti e altri gruppi non statali hanno sempre tratto vantaggio dai benefici (per loro) derivanti dall’operare in un ambiente cosiffatto e, senza dubbio, continueranno a farlo (per esempio Belfast, Mogadiscio e Bogotá)” [47].

Per le teste d’uovo dell’Alleanza Atlantica è perciò necessario aggiornare le proprie strategie d’intervento, in quanto “dal 1949 la NATO non è stata mai impegnata in operazioni di larga scala su territori urbani. Dal punto di vista degli studi strategici si è a lungo ritenuto che l’esperienza accumulata nel corso della Seconda Guerra mondiale fosse sufficiente rispetto a eventuali situazioni belliche in territorio urbano”. A dover essere riconsiderato è, in generale, l’ormai superato approccio caratterizzato da “progressi lenti e lineari, soluzioni basate sulla potenza di fuoco, significativi danni per i non-combattenti e distruzione di molte infrastrutture” [48], nonché “elevati livelli di perdite ed estesi danni collaterali” [49]. In altri termini: quanto più nell’ectoplasma metropolitano, che si estende di principio senza limiti, il nemico diviene per definizione interno, tanto meno sarà possibile affrontarlo, secondo il modello precedente, con bombardamenti a tappeto e con la distruzione intergrale delle città. Come si vedrà tra breve, la distruzione, anche integrale, sarà contemplata solo previa creazione di specifiche “zone d’esteriorità” nel tessuto urbano in cui isolare il nemico.

La necessità di un ripensamento strategico deriva quindi da una proiezione degli scenari apertisi negli ultimi anni. Di recente, infatti, le forze NATO sono state ripetutamente impegnate in “Non Article 5 Operations”, cioè in azioni diverse dall’“autodifesa individuale o collettiva” prevista appunto dall’art. 5 del Patto Atlantico, “in particolare nei Balcani e in aree anch’esse industrializzate o di natura urbana, e si ritiene che questa tendenza continuerà a crescere nei prossimi vent’anni” [50]. E gli andamenti demografici, in cui convergono aumento della popolazione mondiale e generale inurbamento della stessa, indicano come “il processo di urbanizzazione dislocherà necessariamente su territori urbani i prossimi interventi militari”.

Di qui, la necessità di elaborare un nuovo approccio operativo, denominato “manoeuvrist” (di manovra), il cui principale obiettivo dovrebbe consistere nel “frantumare la coesione e la volontà di combattere” del nemico [51]. Tra le soluzioni individuate dagli analisti, ve ne sono alcune di carattere prevalentemente militare, come per esempio l’impiego di mezzi di sorveglianza interarma al fine di dirigere azioni tattiche contro i “punti nevralgici del nemico” e l’utilizzo di mezzi d’attacco a distanza per limitare il ricorso al combattimento ravvicinato; altre di carattere più specificamente investigativo- poliziesco, come quelle necessarie per controllare i flussi di informazioni, persone ed elementi di sostegno di cui dispone il nemico; altre ancora di stampo politico-diplomatico, in quanto le forze militari dovranno essere in grado d’instaurare rapporti di collaborazione con le “molte agenzie ufficiali e non ufficiali” presenti sul territorio, nella misura in cui le operazioni belliche in ambiente urbano implicano problematiche “non solo militari, ma anche diplomatiche, politiche, economiche e sociali”. Infine, in piena coerenza con la prospettiva governamentale del fronte interno, spiccheranno compiti di carattere propagandistico: “le informazioni devono essere trattate in maniera sistematica e coerente in tutti gli stadi di un’operazione, incluso il conflitto e le attività post-conflitto” [52].

Per chi infine si ostinasse a pensare che il ragionamento qui sopra delineato riguardi solo il limes dell’impero, e non il suo centro organico, per chi volesse comunque proiettare la scena del conflitto in un altrove dovunque purché non qui, per chi insomma continuasse a sentirsi ancora “in pace” nell’esistente (e cioè in un esistente di pace), riteniamo bastevole l’“Annex E” del rapporto, che simula un intervento NATO in un teatro di operazioni nel quale le “città d’interesse strategico” non sono Teheran, Pyongyang o, al limite, Pechino, bensì Rouen, Le Havre, Evreux e Dieppe.

Note:

[42]La commissione SAS (Studies, Analyses and Simulation), nel maggio 2000, ha deciso che il direttore fosse fornito dal Regno Unito. È lecito supporre che a questa decisione abbiano contribuito da una parte l’assoluta fedeltà di Londra ai dettami di Washington e dall’altra l’esperienza accumulata dagl’inglesi in materia di “controguerriglia urbana” e operazioni “anti-riot” nell’Irlanda del Nord, a partire dal 1969. Al riguardo, vedansi il dossier “Antiguerriglia”, in “CONTROinformazione”, a. VII, n. 17, gennaio 1980; ROGER FALIGOT, Britain’s military strategy in Ireland. The Kitson experiment, Zed Press, London, 1983.

Particolare curioso: l’acronimo SAS sta anche per Special Air Service, un corpo che, a dispetto del nome, non ha mai avuto quasi nulla a che fare con l’aviazione. Si tratta di quei “commandos del deserto” le cui gesta dietro le linee dell’Afrika Korps di Rommel riempivano le tavole dei fumetti di guerra che alcuni di noi, da bambini, leggevano avidamente. Con la fine della Seconda Guerra mondiale, i membri dello SAS vengono riciclati e si trasformano in controguerriglieri. Con i problemi posti dall’intervento contro i partigiani dell’ELAS in Grecia e dalle necessità di mantenere il controllo delle colonie, in particolare in Estremo Oriente, il tema della controguerriglia permea sempre più le dottrine tattiche e strategiche del British Army. Dalla repressione delle sommosse in Malaysia alla lotta contro i “Mau Mau” (termine inventato di sana pianta dai servizi segreti di Sua Maestà per raffigurare i militanti dell’“Esercito di Liberazione della terra” keniota quali adepti di sètte tribali dedite al cannibalismo), all’impegno a Singapore e a Aden, fino al massiccio impiego nell’Ulster in rivolta, il ruolo dello SAS è andato accrescendosi e specializzandosi.

A proposito delle tecniche sperimentate dagl’inglesi nei campi di concentramento in Kenya, ove fu introdotta quella differenziazione dei percorsi detentivi (sotto forma di un labirinto, più o meno duro e chiuso, ufficialmente denominato Pipeline) destinata vent’anni dopo a plasmare il “carcerario” anche in Italia, con la nascita del circuito delle carceri speciali e del “sentiero dei camosci”, cfr. Manuale del piccolo colonialista, a cura di Comidad, cap. 7: “La democrazia dei lager. La rivolta dei Kikuyu (Mau Mau) del Kenya”, novembre 2007, http://www.comidad.org/documenti/013documenti.html

[43] Cfr. § 2.2.2: “Trends in the Urban Environment”.

[44] Cfr. § 2.4.2: “Implications for Military Commanders”.

[45]Analizzando la guerra in Libano del 2006, vista da più parti come una disfatta per Tzahal, gli esperti del Pentagono sono rimasti sbalorditi dalla distruzione delle unità corazzate israeliane mediante l’utilizzo di sofisticati missili guidati anticarro da parte di Hezbollah, che era anche in grado d’intercettare le comunicazioni del nemico e persino di colpirne una delle navi con un missile Cruise. I Corpi della Marina e dell’Esercito USA, dopo aver lungamente intervistato gli ufficiali israeliani, hanno organizzato una serie di simulazioni belliche del costo di molti milioni di dollari per testare le possibili reazioni delle forze statunitensi di fronte a un nemico del genere. Frank Hoffman, ricercatore presso il Marine Corps Warfighting Laboratory di Quantico, ha dichiarato in proposito: “Ho organizzato due delle maggiori simulazioni di guerra negli ultimi due anni, ed entrambe si sono concentrate su Hezbollah”. Uno degl’interrogativi, ha sottolineato un analista militare che ha studiato la guerra del Libano per conto del Center for Army Lessons Learned a Fort Leavenworth, era quello su come riuscire a “prepararsi a operazioni di combattimento di maggior entità, mentre si è impegnati in guerre di contro-insorgenza”. Cfr. GREG JAFFE, Short ’06 Lebanon War Stokes Pentagon Debate, in “Washington Post”, 6 aprile 2009, disponibile in italiano sul sito “l’Occidentale” col titolo Tra guerriglia e guerra convenzionale: Hezbollah caso di studio al Pentagono (http://www.loccidentale.it/articolo/dilemma+al+pentagono%3A+guerriglia+o+guerra+convenzionale%3F.0069579).

[46] Cfr. “Introduction”, p. 1.

[47] Cfr. § 2.3.2: “The Nature of the Enemy”, p. 5.

[48] Cfr. Cap. 3: “The Manoeuvrist Approach to Urban Operations”, § 3.1: “Background”.

[49] Cfr. “Executive summary”, “Introduction”, p. iii.

[50] Cfr. cap. 3: “The Manoeuvrist Approach to Urban Operations”, § 3.1: “Background”, cit.

[51] Cfr. cap. 3: “The Manoeuvrist Approach to Urban Operations”, § 3.3: “The Manoeuvrist Approach”, p. 9.

[52] Cfr. § 2.3.1: “The Nature of Conflict in Urban Areas”, p. 5.

Elementi di metodologia operativa (la loro): il rapporto “UO 2020”

“La base per tutti gli ulteriori sviluppi concettuali e operativi relativi alle operazioni urbane”, secondo il rapporto NATO UO 2020, risiede nell’articolata nozione di USECT (acronimo di Understand, Shape, Engage, Consolidate, Transition) [53]. In estrema sintesi, le attività riunite sotto il concetto USECT dovrebbero permettere di “comprendere”, soprattutto tramite le capacità ISTAR (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance), la natura del nemico, le sue posizioni e intenzioni, per poi sfruttare le informazioni raccolte al fine di “modellare” l’ambiente del combattimento urbano e i relativi aspetti tattici. Nell’articolazione del complesso USECT, l’attenzione degli analisti si rivolge principalmente ai primi tre termini: Understand, Shape, Engage.

UNDERSTAND (COMPRENDERE). In primo luogo, quindi, l’attività generale d’intelligence dovrebbe fornire conoscenze dettagliate sui territori urbani che potrebbero trasformarsi in zone di guerra asimmetrica. Il concetto di territorio comprende non solo la conformazione fisica della metropoli (edifici, centri culturali, centri economico-produttivi, nuclei logistici, infrastrutture critiche, sistemi di trasporto ecc.) e i suoi elementi virtuali (l’insieme di possibilità offerte dallo spazio urbano, soprattutto in termini di interconnessione e mobilità) [54], ma anche e soprattutto il tessuto socio-culturale della città, da inserire nel quadro di una piena comprensione del contesto nazionale, internazionale e locale (popolazione, etnia, cultura, politica, fazioni, simpatie, agenzie, ONG ecc.) [55]. Notoriamente, territorio e popolazione sono i due volti di un’endiadi inscindibile nella quale lo sguardo governamentale deve captare costantemente ogni forma di possibile turbamento della normalità. Così in tale attività di ricognizione e mappatura preventive del contesto urbano, sarà necessario individuare la presenza sia delle “gang criminali”, elementi chiave nel controllo del territorio (d’altra parte, ci sia permesso di glossare, la creazione del “criminale” è intrinsecamente funzionale a questo controllo), sia delle realtà “insorgenti”, le quali “operano nel mezzo di una popolazione da cui sono spesso indistinguibili” (e, glossiamo nuovamente, l’invenzione della figura dell’insorgente serve esattamente a sciogliere e annullare questa indiscernibilità). Il quadro di comprensione del tessuto sociale del territorio urbano dovrà quindi essere completato tracciando il profilo psico-sociale di chi lo abita (nemici potenziali, elementi neutrali, figure socialmente rilevanti) e individuandone movimenti, posizioni, condizioni, capacità e strutture di supporto [56].

SHAPE (MODELLARE). Sulla base della precedente attività d’intelligence, le forze militari potranno allestire condizioni favorevoli per la propria effettiva attività. Nel complesso, si tratta della possibilità di rimodellare lo spazio urbano sulla base di specifiche esigenze tattiche. Uno degli aspetti chiave dello shaping riguarda quindi la gestione dello spazio e dei flussi. Se da un lato si tratta, per le forze militari, di ottimizzare la propria mobilità in terra, dall’alto e sottoterra (capacità di movimento lungo le tre dimensioni) [57], dall’altro è necessario saper controllare, stimolare o prevenire i movimenti delle masse non-combattenti (allestire campi profughi, vie di fuga per gli sfollati ecc.) [58].

Parallelamente l’attività di shaping, lasciandosi alle spalle l’antica pratica dell’assedio stretto intorno alla città, mirerà piuttosto a isolare porzioni del territorio urbano in termini sempre più nodali. Si tratta in sostanza di separare alcuni gangli territoriali dai flussi circostanti. E ciò in due direzioni: mantenere un controllo selettivo di infrastrutture e mezzi di comunicazione non-militari da “proteggere” (separandoli dai movimenti bellici circostanti) e attuare un isolamento fisico e virtuale dei centri nodali del nemico. In questa prospettiva, particolare importanza viene assunta dall’“isolamento informativo”: bloccare, anche tramite il controllo dei campi elettromagnetici, le capacità comunicative dei rivoltosi significa non solo indebolirne le capacità organizzative, ma anche assicurarsi un’influenza determinante sulle reazioni della popolazione locale e sul generale impatto mediatico delle e sulle operazioni [59].

ENGAGE (IMPEGNO). Il terzo fattore dell’USECT riguarda l’effettivo scontro con le forze nemiche: un campo d’azione che – si noti – va “dal conflitto su larga scala all’assistenza umanitaria in caso di disastri naturali, cioè non causati dalla guerra” [60].

Nel complesso, e sulla base delle preliminari attività di understanding e shaping, l’azione militare dovrebbe assumere viepiù un aspetto chirurgico, basato su attacchi di precisione contro i centri di gravità delle forze ostili, in maniera tale da diminuire il più possibile gli “effetti collaterali”, i danni ai non-combattenti e le perdite causate dal “fuoco amico”. Lo scopo infatti non è di tenere sotto controllo in via permanente il territorio urbano, ma di applicare la forza sui punti nevralgici dell’avversario per renderlo inoperativo. Tuttavia, a dispetto delle velleità “chirurgiche” degli strateghi NATO, l’impegno bellico effettivo dovrà nondimeno prevedere tutte le attività di gestione degli effetti sulla popolazione: assistenza ai non-combattenti, rifornimenti alimentari, arruolamento di volontari sotto la guida della protezione civile ecc. Infine – last, but not least – per la gioia di chi ancora soggiace a qualche forma d’imbelle tecnofilia, una particolare rilevanza strategica viene attribuita al combattimento elettronico, basato prevalentemente sulle possibilità di controllare lo spettro elettromagnetico e di condurre operazioni di cyber-war [61].

Nell’elaborazione del Rapporto, gli ultimi due operatori concettuali (Consolidate e Transition) ricevono minori attenzioni analitiche, il che non è privo di significato circa l’intendimento generale delle nostre teste d’uovo.

CONSOLIDATE (CONSOLIDAMENTO). La quarta fase, complementare alla precedente, riguarda la protezione delle posizioni conquistate e la continuazione delle iniziative intese a disorganizzare l’avversario, al fine di avvantaggiarsi in termini spaziali, psicologici e informativi: si tratta di prevenire il rischio di riemergenza “terroristica” delle forze sconfitte, di stabilire forme di collaborazione con le autorità locali, di condurre operazioni di mopping up (epurazione) degli avversari sconfitti e trattamento dei prigionieri [62].

TRANSITION (TRANSIZIONE). L’ultimo compito da condurre pertiene all’insieme delle exit strategies: garantire il ritorno degli sfollati e soprattutto ristabilire “the rule of law” (il dominio della legge, la legge della legge), ricostituendo le autorità e gli eserciti locali. “Per garantire la sicurezza, le forze militari potrebbero dover istruire/formare organizzazioni locali e internazionali per il ristabilimento della legge”. I tempi del ritiro dipendono dalla velocità con cui queste organizzazioni stabiliscono un’effettiva presenza. Ma, ormai l’abbiamo capito, tra lo scenario di guerra e quello di pace non c’è soluzione di continuità: consolidamento e transizione sfumeranno immediatamente in una nuova fase di understanding [63].

Note:

[53]La nozione di USECT compare già in uno studio del Dipartimento di Stato americano del 2000. Cfr. US Department of Defense, Joint Staff, Doctrine for Joint Urban Operations, Joint Publication -3-06, ottobre 2000, 2ª ed.

[54]Di qui l’importanza delle tecnologie GPS (Global Positioning System), in grado di rilevare ogni spostamento individuale. Nato per soddisfare le esigenze dell’aviazione militare statunitense (che tuttora lo gestisce), il Sistema di Posizionamento Globale su base satellitare e le sue applicazioni sono entrati nella vita quotidiana del ceto medio planetario. Non si contano ormai più i gadget high-tech che basano il proprio funzionamento sull’infrastruttura GPS, ennesima tecnologia prêt-à-porter dalla quale milioni di persone si sono rese dipendenti in un batter d’occhio.

[55]Al riguardo, va segnalato che il Pentagono, immerso fino all’inguine nel pantano iracheno, nel 2007 ha varato lo Human Terrain System, un programma sperimentale che copre il dispiegamento di sociologi e antropologi a supporto delle unità sul terreno (l’ex capo della CIA e successore di Donald Rumsfeld alla Difesa, Robert M. Gates, ha autorizzato nel settembre di quell’anno una spesa di 40 milioni di dollari per dotare di questi team ognuna delle 26 brigate di combattimento statunitensi impegnate in Iraq e Afghanistan). Un primo esempio di tale programma, riferito dal “New York Times” il 5 ottobre 2007 nell’articolo Army Enlists Anthropology in War Zones, si è avuto nella valle della Shabak (Afghanistan), dove un’antropologa civile è stata embedded da un reparto dell’82ª Divisione Aerotrasportata (e dai primi di settembre cinque nuovi team sono stati messi all’opera nell’area della capitale irachena, portando il totale a sei).

In ragione dell’importanza strategica assunta dalle scienze sociali, in particolare l’antropologia, nell’ambito della più recente dottrina controinsurrezionale statunitense (sintetizzata nel “nuovo mantra dei militari”, il Field Manual 3-24. The US Army/Marine Corps Counterinsurgency Field Manual, vademecum ufficiale stilato a Fort Leavenworth dal generale David H. Petraeus e dai suoi collaboratori), il Dipartimento della Difesa ha lanciato una serrata campagna per l’arruolamento di giovani laureati in queste discipline.

Un “centro di ricerche sociali” è in allestimento anche presso AFRICOM, il comando unificato statunitense per le truppe di terra e di mare per l’Africa (cfr., ultra, nota 89), “dove ricercatori provenienti dal mondo accademico vengono reclutati per contribuire a tracciare una mappa del complicato terreno umano del continente africano”. Il team sarà di stanza in parte a Stoccarda e in parte a Gibuti, presso Camp Lemonier, principale base operativa e di comando del Corno d’Africa. Cfr. JOHN VANDIVER, AFRICOM building research, in “Stars and Stripes”, European edition, lunedì 15 giugno 2009 (http://www.stripes.com/article.asp?section=104&article=63315).

Del resto, non si è di fronte a chissà quale novità, dal momento che già le Guerre indiane videro l’“arruolamento” dell’antropologia a stelle e strisce, allora ai suoi albori. La collaborazione tra antropologi e Amministrazione USA raggiunse l’apice nel corso della Seconda Guerra mondiale, quando circa il 60% degli antropologi americani lavorava per l’OSS (Office for Strategic Services, antesignano della CIA), prima di entrare in crisi a causa delle lacerazioni interne alla società statunitense provocate dalla guerra in Vietnam (nel 1971 l’American Anthropologist Association vietò ai suoi membri di partecipare a qualunque ricerca segreta). Oggi, il programma Human Terrain System sta incontrando l’opposizione di vari gruppi, come per esempio il Network of Concerned Anthropologists.

[56]Si noti l’apporto fornito, in questa prospettiva di mappatura territoriale, non solo dalle nuove tecnologie informatiche, nelle quali alcune anime belle hanno voluto intravedere inaudite possibilità emancipatorie, ma anche dall’insieme delle scienze sociali (sociologia, criminologia, psicologia, statistica ecc.), con le rispettive agenzie di ricerca. Risulta infatti chiaro come una simile attività di monitoraggio e mappatura di presenze, movimenti, rapporti, tendenze e potenzialità nei contesti urbani non possa essere improvvisata a ridosso di uno specifico intervento militare. Vi dovrà pertanto concorrere l’insieme dei “saperi” ordinariamente rivolti ai territori urbani. Dobbiamo altresì constatare che, da questo punto di vista, le varie ondate di contestazione studentesca non hanno ancora raggiunto la necessaria radicalità critica per mostrare le complicità dei differenti dipartimenti di ricerca universitari in quest’azione. L’ideale di una cartografia integrale dei rapporti sociali resta infine un elemento fondamentale nella formazione di un sistema totalitario, in cui “teoricamente, un unico foglio gigantesco potrebbe indicare le relazioni esistenti in seno all’intera popolazione di un territorio. Questo è il sogno utopistico della polizia totalitaria” (HANNAH ARENDT, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Torino, 1999, p. 593). “Sapremo ciò che ha fatto una qualsiasi persona dal primo momento di vita sino all’ultimo”, sognava già Monsieur Guillauté, quell’ufficiale della polizia a cavallo dell’Île de France che nel 1749 presentò a Luigi XV un progetto in cui per la prima volta si trattava di numerare il territorio parigino (quartieri, case, scale, porte, vetture) per inscrivervi le coordinate utili all’individuazione e all’identificazione delle persone. Cfr. ERIC HEILMANN, La macchina di Guillauté e la nascita della polizia moderna, in “Conflitti globali”, Un mondo di controlli, n. 5, 2009; Numéroter les maisons pour pouvoir localiser et identifier les personnes, in “Le Jura Libertaire” (http://juralibertaire.over-blog.com/article-31837516.html).

[57]Qui dominus est soli dominus est usque ad coelum et usque ad inferos (chi è padrone del suolo lo è anche del cielo e degl’inferi). L’esempio paradigmatico della rilevanza cruciale della dimensione sotterranea nel combattimento urbano resta quello della Comune di Varsavia, quest’“unico esempio di eroismo collettivo” in quella “bestiale carneficina di popoli-armenti che fu la Seconda Guerra mondiale” (Il ghetto di Varsavia, in “Insurrezione”, Milano, n. 0, ottobre 1977). Infatti, l’“eroica follia” di “uomini armati di bottiglie incendiarie e di bombe a mano” insorti il 1º agosto 1944 contro la guarnigione tedesca (subito rafforzata dalle colonne motorizzate e blindate della Wehrmacht e delle Waffen-SS) e abbandonati al massacro da Stalin, a ennesima riprova che “qualunque manifestazione autonoma del proletariato (per quanto inquinata da ideologie nazionaliste o democratiche come quella di Varsavia del 1944) suscita contro di sé l’offensiva unitaria del capitale mondiale”, seppe resistere per due mesi proprio grazie all’utilizzo di cantine, passaggi sotterranei e reti fognarie. Lo stesso accadde durante la resistenza nel ghetto di Varsavia accesasi la notte del 19 aprile 1943 (nel periodo del Pesach, la Pasqua ebraica) e proseguita per una settimana con selvaggi combattimenti “nelle strade, nelle cantine e nelle fogne” (ibidem). Cfr. anche ZYGMUNT ZAREMBA, 1944. La Comune di Varsavia. Tradita da Stalin, massacrata da Hitler, in “Quaderni del Centro Studi Pietro Tresso”, serie “Studi e ricerche”, n. 6, gennaio 1988; Viva la Comune di Varsavia, in “La sinistra proletaria”, ottobre 1944 (nella presentazione, a cura di “Avanti barbari”, si sottolinea giustamente come “nell’euforia partigianesca del periodo, che iniziava anche in Italia, rendere noto il comportamento dell’Armata Rossa non era cosa da poco”, http://www.avantibarbari.it/news.php?sez_id=1&news_id=16). Viceversa, poco significativa (e scontatamente nazionalista) è l’attuale storiografia: NORMAN DAVIES, Rising ’44. The Battle for Warsaw, Macmillan, New York, 2003 (da preferire all’ed. it. style=’font-size:10.0pt;mso-ansi-language:IT’>Rizzoli, Milano, 2004, orrendamente deturpata); KRYSTYNA JAWORSKA (a cura di), 1944: Varsavia brucia. L’insurrezione di Varsavia tra guerra e dopoguerra, Atti del Convegno storico internazionale, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2006; GEORGE BRUCE, L’insurrezione di Varsavia (1º agosto – 2 ottobre 1944), Mursia, Milano, 2008.

L’altro aspetto strategico della tridimensionalità spaziale, la verticalità, riguarda la chance, per le forze resistenti, di utilizzare gli edifici non solo per proteggersi ma anche per colpire dall’alto il nemico (e qui il pensiero non può che andare alle scene finali dei film Zero in condotta di Jean Vigo e If di Lindsay Anderson).

[58]Le ripetute proclamazioni di “zone rosse” temporanee, motivate non solo da eventi naturali, ma anche da continui ritrovamenti di ordigni bellici della Seconda Guerra mondiale, vanno esattamente nella direzione di una continua sperimentazione di “spostamenti controllati” delle popolazioni urbane. Tra queste sperimentazioni, vanno inoltre annoverate le simulazioni d’incidente nucleare, in atto per esempio in Francia. Cfr. “Dossier gestion de crise”, in “Bulletin”, Coordination contre la société nucléaire, Corbeil, n. 2, primavera 2007, pp. 3-21 (http://archivesantinucleaire.baywords.com/).

[59]Ma, glossano gli estensori del Rapporto, “la presenza di media internazionali e di organizzazioni caritatevoli [sic] potrebbe rendere più difficile questo compito”.

[60]La recente e sempre più normale legislazione d’eccezione statunitense va esattamente nella stessa direzione. Ne è chiaro esempio il John Warner Defense Authorization Act del 2007, col quale vengono modificati gli assetti legislativi statunitensi (il Posse Comitatus Act del 1878 e l’Insurrection Act del 1807, già modificato a giugno 2006) concepiti per impedire o, meglio, regolare e limitare sostanzialmente la possibilità del Governo federale di utilizzare l’esercito come strumento di politica interna. “Il Presidente può utilizzare le forze armate, inclusa la Guardia Nazionale in servizio federale, per ripristinare l’ordine pubblico e far rispettare [enforce] le leggi degli Stati Uniti quando, in seguito a disastri naturali, epidemie o altre serie emergenze di salute pubblica [sottolineatura nostra], attacchi terroristici o incidenti o altre condizioni in qualunque Stato o possedimento degli Stati Uniti, il Presidente stesso stabilisca che la violenza locale abbia raggiunto una estensione tale che le autorità costituite dello Stato o possedimento siano incapaci di mantenere l’ordine pubblico(o si rifiutino di farlo o falliscano), allo scopo di eliminare, in qualunque Stato, qualsiasi insurrezione, violenza locale, associazioni sovversive o a delinquere”. Nella sostanza si tratta di un significativo allargamento della casistica in cui diviene possibile condurre operazioni militari dirette contro la popolazione americana sotto il pretesto d’imporre la legge (alle situazioni di sommossa, si aggiungono le situazioni di public disorder connesse a disastri naturali, epidemie o necessità di health care sulla popolazione).

[61]La cyber-war (distruzione dei sistemi informativi e informatici delle forze nemiche), insieme alla information warfare (uso e gestione dell’informazione in vista dell’ottenimento di un vantaggio competitivo sull’avversario), alla psycho-war (operazioni di propaganda intese a destabilizzare il nemico prima del combattimento), alla militarizzazione dei media e all’accecamento dei sistemi radar e di avvistamento mira al controllo assoluto dell’info-sfera, che rappresenta uno degli aspetti decisivi della cosiddetta Revolution in Military Affairs (gli altri elementi chiave della RMA sono l’integrazione sistemica, il dominio dello spazio e la netwar, che ha di mira qualsivoglia rete potenzialmente pericolosa). Parrebbe d’essere in piena letteratura cyberpunk, se non ci fossero di mezzo mucchi di cadaveri per nulla virtuali…

[62]Cosa debba intendersi per “trattamento dei prigionieri” è stato ben illustrato dalla puntata de “Le iene” del 26 aprile 2009, in cui un “esecutore” dell’Esercito Italiano mostra praticamente le torture da lui inflitte, insieme con i suoi colleghi, ai “terroristi che minacciano il nostro Paese” nel corso delle missioni in Iraq, Kosovo, Afghanistan, Timor Est, Somalia (com’egli stesso dichiara nel corso dell’intervista, gli “piace girare”…). La trasmissione, che è andata in onda nell’indifferenza più totale, può essere vista sul sito http://www.video.mediaset.it/mplayer.html?sito=iene&data=2008/03/07&id=4765&from=iene

D’altra parte, un’inchiesta dell’emittente televisiva americana “Abc” aveva già descritto, citando fonti dell’intelligence USA, le sei tecniche d’interrogatorio più efficaci utilizzate dalla CIA nella “guerra al terrorismo” (le Enhanced Interrogation Techniques introdotte nel marzo del 2002). Sempre secondo le fonti di “Abc”, solo un piccolo nucleo di agenti della CIA sarebbero stati addestrati e autorizzati a fare ricorso a queste tecniche durante gl’interrogatori. Ecco quali sono: a) The Attention Grab: l’agente incaricato dell’interrogatorio prende il detenuto per la camicia e lo strattona per attirare la sua attenzione; b) Attention Slap: schiaffo a mano aperta sul viso con l’obiettivo di provocare dolore e indurre paura, nonché ovviamente attenzione; c) The Belly Slap: schiaffo a mano aperta sullo stomaco. L’obiettivo è anche in questo caso di provocare dolore ma senza produrre lesioni interne o lasciare lividi (medici consultati in qualità di esperti hanno sconsigliato l’uso del pugno chiuso poiché causa lesioni che durano nel tempo); d) Long Time Standing: i prigionieri sono costretti a rimanere in piedi, ammanettati al soffitto e con ceppi alle caviglie per oltre quaranta ore consecutive (tecnica considerata tra le più efficaci in quanto la stanchezza e la privazione del sonno sono particolarmente adatte a indurre confessioni); e) The Cold Cell: lasciato in piedi e nudo in una cella climatizzata a circa dieci gradi, il prigioniero viene periodicamente irrorato con getti d’acqua fredda; f) Water Boarding: legato a una tavola inclinata, con i piedi più in alto della testa e il volto coperto da cellophane, il prigioniero viene inondato d’acqua; la paura di morire annegato lo induce a confessioni volontarie (questa tecnica avrebbe una media di sopportazione di 14 secondi: pare che il più coriaceo tra i prigionieri accusati di appartenere ad Al-Qaida, Khalid Sheik Mohammed, si guadagnò l’ammirazione dei suoi carcerieri per avere resistito tra i due e i due minuti e mezzo prima d’implorare gli agenti americani di interrompere il trattamento offrendosi di confessare).

[63]Una parte del rapporto UO 2020 è dedicata ai sistemi d’arma e alle dotazioni tecnologiche (§ 2.3.3: “Future Technology”). In proposito si sottolineano le “opportunità offerte dai progressi ottenuti per quanto riguarda: raccolta e gestione di informazioni, miniaturizzazione, munizioni di maggiore precisione nell’azione a distanza, robotica e armi non letali”. Inoltre, facendo riferimento al rapporto Land Operations in the Year 2020 (LO 2020) vengono identificate dieci tecnologie su cui concentrarsi, molte delle quali hanno rilevanza anche in territorio urbano: tecnologie elettriche d’alta potenza, armi a energia diretta (si intende una classe di armamenti che comprende numerosi dispositivi capaci d’indirizzare sui bersagli, in modo molto preciso ed efficace, svariate forme di energia non cinetica, quali: radiazioni elettromagnetiche, onde acustiche, plasma a elevata energia, raggi laser; gli effetti legati all’uso di tali armi possono essere tanto letali che “non letali”, mentre i campi d’applicazione variano dalla difesa antiaerea alla tutela dell’ordine pubblico), tecnologie computeristiche, tecnologie della comunicazione, tecnologie per la guerra elettronicoinformatica e dispositivi elettronici, biotecnologie, tecnologia dei materiali strutturali, fattori umani e interfacce uomo-macchina, tecnologie per l’attacco di precisione, automazione e robotica. Il tutto tenendo conto che “altre tecnologie e innovazioni potrebbero diventare ‘potenzialmente vincenti’ in ambito urbano”.

Elementi di storia patria: l’Elmo di Scipio

La presenza italiana nel progetto di ricerca che ha partorito il rapporto UO 2020 non ha certo avuto il candore di una cenerentola. L’Italia in questo campo si è offerta di sviluppare nuove specializzazioni e di formare personale addestrato a muoversi e combattere negli ambienti urbani, in cui bisogna (in ottemperanza alle linee strategiche sopra tracciate) isolare quartieri, edifici, abitazioni, ma anche padroneggiare impianti idrici, di telecomunicazione e di distribuzione dell’energia.

In effetti gli Stati Uniti e la Gran Bretagna considerano il Belpaese come uno dei migliori fornitori di personale addestrato a operazioni antisommossa, a partire dai reparti dei Carabinieri inquadrati nella MSU [64].

Gl’interventi in Libano, dapprima (1982-84, la prima consistente missione delle Forze Armate Italiane al di fuori del territorio nazionale dopo la fine della Seconda Guerra mondiale) [65], e poi in Iraq, nei Balcani, in Afghanistan ecc. scandiscono le tappe di un crescente impegno sbirresco-internazionale dell’“ Elmo di Scipio”, sia in proprio sia per conto terzi [66]. Tuttavia, lungo l’intero arco della storia dell’apparato militare italiano spicca la sua precipua funzione controinsurrezionale. Limitiamoci in questa sede al secondo dopoguerra.

A partire dalla prima consegna di autoblindo e armi automatiche al battaglione mobile dei Carabinieri di Milano, nel 1945, “il compito principale assegnato alle nostre Forze Armate in ambito NATO, oltre al contenimento di un eventuale e sempre più improbabile nemico orientale [67], è stato fin dall’inizio, e rimane tuttora, quello della difesa interna del territorio. Fin dal momento della ricostituzione delle prime unità, il potenziale nemico è il partigiano, l’operaio, il contadino: in una parola, il proletario in lotta” [68]. Negli anni successivi, questa impostazione sarà costantemente perfezionata, in ossequio alle dottrine CIA sulla controinsurrezione e sulla guerra psicologica [69].

A partire dagli anni Sessanta, l’elaborazione teorica controrivoluzionaria degli ambienti militari nostrani, la nascita di nuovi corpi, il coordinamento interforze [70], le attività addestrative e gl’interventi s’intensificano. La lista è lunga e potrà sembrare ridonante, ma fornisce un buon quadro dell’insistenza operativa delle FF. AA. italiane: le operazioni “antiterrorismo” condotte in Alto Adige (1961-68) [71]; la costituzione (gennaio 1963) della Brigata Paracadutisti “Folgore” da parte del capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il generale “golpista” Giuseppe Aloia [72]; la formazione dell’XI brigata meccanizzata dei Carabinieri [73] (aprile 1963) da parte del generale Giovanni De Lorenzo (pure lui “golpista”); il “rumore di sciabole” del giugno-luglio 1964 (“Piano Solo”: il colpo di Stato rientra solo dopo il cedimento dei socialisti sul programma di governo), accompagnato da una grande esercitazione NATO denominata “Corazza Alata” (luglio 1964); l’esercitazione “Vedetta Apula” in Puglia e Basilicata (giugno 1965), chiaramente ispirata alle operazioni Search and Destroy condotte in quel periodo dagli americani in Vietnam [74]; l’esercitazione “Delfino” (omonima dell’operazione del ’54) nella zona di Trieste (aprile 1966) [75]; la seconda esercitazione NATO denominata “Corazza Alata”, con l’intervento delle formazioni Stay Behind (luglio 1966); la partecipazione di elementi dei Btg. Carabinieri e Sabotatori della Brigata Paracadutisti “Folgore” con compiti di antiterro- rismo in Alto Adige (1966-70); le esercitazioni congiunte tra la “Folgore” e i paracadutisti inglesi in Sardegna [76]; la sorveglianza delle tratte ferroviarie S. Eufemia Lametia -Villa S. Giovanni (1970-71) e Chiusi-Bologna (1975-76, 1978-79); la vigilanza degli aeroporti di Milano-Malpensa e Roma-Fiumicino (1975- 76); le esercitazioni condotte dalle divisioni corazzate “Ariete” e “Centauro” e dalla divisione meccanizzata “Mantova” fra il 1976 e il 1977; l’intervento degli M-113 dei Carabinieri a Bologna nel marzo 1977; l’impiego dell’Esercito in funzioni d’ordine pubblico durante il sequestro Moro. Elemento stabile nel controllo interno è il VI Corpo d’armata, da sempre destinato ad agire in funzione antiguerriglia, in cooperazione con i battaglioni mobili dei Carabinieri e della Celere concentrati in Emilia, in Puglia e nel Lazio.

Alle sperimentazioni sul campo si affiancano importanti momenti di progettazione e riflessione dottrinale, sempre in funzione controinsurrezionale. Spiccano fra gli altri: i corsi superiori della Scuola di Guerra di Civitavecchia dedicati alla “guerra non ortodossa” [77]; la XVIII sessione del Centro Alti Studi Militari (strettamente collegato al Defense College della NATO) in cui si discute di “fronte interno”, “difesa civile” e della risposta politico-militare da dare “nel caso di consistenti tentativi di sovversione”; il convegno all’Hotel Parco dei Principi di Roma sulla “Guerra rivoluzionaria” organizzato dall’Istituto di Studi Militari “Alberto Pollio” (maggio 1965), momento di coagulo teorico-operativo della “strategia della tensione” [78] (“destabilizzare per stabilizzare”; “parade” e “réponse”, secondo la terminologia impiegata nella guerra non dichiarata, studiata e praticata dall’OAS fino al 1962 in Algeria).

Nel 1975 le Forze Armate italiane si ristrutturano lungo i seguenti assi: aumento dell’efficienza di tutte le armi e specialità, armamento ed equipaggiamento migliorati, diminuzione della percentuale dei militari di leva rispetto ai professionisti e accorciamento della durata della ferma obbligatoria, riduzione dell’organico complessivo delle truppe (con una conseguente maggiore possibilità di selezione nel reclutamento e un’accresciuta concentrazione dei mezzi a disposizione delle singole unità), costituzione di un’infrastruttura logistica e comunicativa delle FF. AA. (e naturalmente dei Carabinieri e della NATO) completamente autonoma da quella civile e in grado di sostituirvisi in caso di necessità.

Verso la metà degli anni Ottanta viene costituita la FIR (Forza di Intervento Rapido), basata su di un complesso interforze, alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa. Compiti della FIR sono: “integrare le Forze della Difesa Territoriale con interventi preventivi o repressivi; inserirsi in contingenti multinazionali a disposizione dell’ONU; costituire forza armistiziale in ambito internazionale; garantire lo sgombero di comunità italiane minacciate all’estero”.

Dopo l’89, le missioni delle Forze Armate sono state ridefinite in: “difesa dello Stato; difesa dello spazio euroatlantico; contributo alla realizzazione della pace e della sicurezza nazionale; concorso a compiti speciali”.

Alla metà degli anni Novanta viene avviato il passaggio al reclutamento volontario [79] con la progressiva riduzione della coscrizione, la sua completa sospensione (2000) e, infine, l’abolizione del servizio militare obbligatorio (a partire dal 1º gennaio 2005) [80].

Il “Nuovo Modello di Difesa” italiano, il cui progetto è stato elaborato dal ministero per la Difesa guidato da Rognoni (governo Andreotti) nel 1991, è incentrato sulla “tutela degli interessi nazionali, nell’accezione più vasta di tale termine, ovunque sia necessario”, entro un contesto internazionale in cui, caduto il Muro di Berlino, il nuovo confronto avviene nell’area mediterranea “tra una realtà culturale ancorata alla matrice islamica e i modelli di sviluppo del mondo occidentale”. Allo stato attuale, “il Medio Oriente e, in misura minore, alcuni Paesi del litorale nord-africano rivestono una valenza strategica particolare per la presenza delle materie prime energetiche necessarie alle economie dei Paesi industrializzati, la cui carenza e indisponibilità costituirebbe elemento di grave turbativa degli equilibri strategici in fieri”. Il pericolo attuale, secondo il “Nuovo Modello di Difesa”, sta nelle tendenze “al sovvertimento delle attuali situazioni di predominio regionale, anche per il controllo delle riserve energetiche esistenti nell’area”. L’interdipendenza tra gli Stati, si afferma nel documento, “ne estende la sfera degli interessi vitali ben oltre i limiti dei confini territoriali”. Perciò le misure da adottare “devono prevedere anche l’eventualità di interventi politicomilitari, tendenti alla gestione internazionale delle crisi, nonché azioni, coordinate con gli alleati, intese ad assicurare la tutela degli interessi vitali, delle fonti energetiche, delle linee di rifornimento e la salvaguardia dei beni e delle comunità nazionali operanti in quei Paesi”. La nuova strategia militare nazionale è quindi ispirata al concetto di “prevenzione attiva”, intesa come “concorso permanente dello strumento militare alla politica nazionale” [81].

“Concorso permanente dello strumento militare alla politica nazionale”: ciò significa, nuovamente, utilizzo dell’esercito per azioni di polizia, controllo e presidio dei territori. E allora vai con altri due decenni d’interventi militari, in collaborazione beninteso con le Forze dell’Ordine o gli organi della Protezione Civile: contro la “malavita organizzata” nelle operazioni “Forza Paris” in Sardegna (1992) [82], “Vespri Siciliani” (1992-98, il primo intervento in grande stile nel dopoguerra, per ragioni di ordine pubblico), “Testuggine” alla frontiera italo-slovena (1993-95), “Riace” in Calabria (1995) [83], “Partenope” in Campania (1994-98); per il controllo delle coste in occasione degli esodi massicci dall’Albania (1991-97); per la sorveglianza di obiettivi “sensibili”, in occasione del G8 a Genova (luglio 2001), su tutto il territorio nazionale all’indomani dell’11 settembre 2001 (operazione “Domino”) [84] e durante le Olimpiadi invernali di Torino (2006); a fronte di pubbliche calamità, quali alluvioni, incendi e terremoti [85].

Da quando l’Italia si è impegnata a fornire personale nelle “guerre umanitarie”, alcune aree militari sono state attrezzate per ricostruire ambienti urbani e rurali dove si addestrano carabinieri, parà, assaltatori e bersaglieri prima di essere inviati all’estero [86], mentre gli stessi reparti di polizia militare compiono un addestramento “sul campo”, nel reale ambiente metropolitano, svolgendo funzioni d’ordine pubblico sul territorio nazionale [87]; sono gli stessi che grazie ai vari “pacchetti sicurezza” vediamo operare nelle grandi città e a guardia di siti di rilevanza nazionale, quali discariche, centrali nucleari in costruzione, termovalorizzatori ecc. Va ricordato che il 24 gennaio 2009 il premier Berlusconi ha ripreso la proposta del ministro degli Interni Maroni, condivisa dal ministro della Difesa La Russa, di aumentare di dieci volte il numero dei militari nelle strade portandoli a 30 mila. Il governo italiano mostra qui tutta la sua aitanza, fino ad anticipare gli altri Paesi nel passaggio alla “fase due” della militarizzazione delle aree metropolitane [88].

Poco prima del Natale 2008 il ministro degli Esteri Frattini ha annunciato che AFRICOM, il comando unificato statunitense per le truppe di terra e di mare per l’Africa, troverà posto a Napoli e a Vicenza [89]. A Napoli sono di stanza anche le task force navali e di pronto intervento nel Corno d’Africa (nel territorio campano si trovano ben sette basi militari: USA e NATO) [90]. E proprio per potenziare AFRICOM, gli Stati Uniti hanno costituito due nuovi corpi: i Marines per l’Africa (MAFORAF) e il 17º Stormo dell’aeronautica militare USA (AFAFRICA). Quest’ultimo opererà soprattutto da Vicenza e Sigonella, oggi la più grande base aerea nel Mediterraneo [91].

Nello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano è il Reparto Logistico (Progetto tecnologie avanzate) a curare l’applicazione di quanto appreso nel gruppo di lavoro NATO Urban Operations in the Year 2020 [92].

Note:

[64]Multinational Specialized Unit (Unità Specializzata Multinazionale), corpo d’élite per operazioni internazionali nato nel 1998 su richiesta dell’Alleanza Atlantica, sotto il comando di un ufficiale dei Carabinieri. Impiegata nei Balcani nell’ambito delle missioni NATO, la MSU ha il compito di fondere il controllo bellico del territorio e la gestione di polizia tradizionale.

[65]A questa prima missione fu posta fine all’inizio dell’84, dopo gli attentati che colpirono l’Ambasciata statunitense (18 aprile 1983: 71 morti e 160 feriti), la base dei Marines e quella dei paracadutisti francesi (23 ottobre: rispettivamente, 230 e 85 morti) e, infine, dopo lo scoppio di combattimenti nei quartieri sciiti prossimi a Chatila e alle posizioni ITALCON (24 dicembre) e nei quartieri musulmani di questo settore, con il coinvolgimento delle italiche truppe, fatte segno a fuoco di artiglieria e di armi automatiche (16 gennaio 1984): quindici giorni dopo, gl’inglesi abbandonano il Libano, seguìti il 15 febbraio dai Marines USA, che si imbarcano sulle navi della 6ª Flotta, e dal grosso del contingente italiano, che rientra con la Bandiera sventolante ma con le pive nel sacco (20 febbraio).

[66]Attualmente l’Italia è impegnata in 33 missioni, in 21 Paesi, in tre aree geografiche, con l’impiego di quasi diecimila soldati. Dopo quello in Libano, gl’interventi militari, sotto diverse sigle (ONU, NATO o altro), si infittiscono: 1982, Mar Rosso, la Marina Militare è presente per garantire la navigazione nello Stretto di Tiran (e non se ne è ancora andata). 1990-91, l’Italia partecipa alla Prima Guerra del Golfo. 1991, inizia la penetrazione militare in Albania. 1991, comincia la presenza in Bosnia Herzegovina, poi estesa al Kosovo e tuttora in corso, con la partecipazione di tutte le strutture militari, comprese polizia di Stato e Guardia di finanza (circa 2500 uomini). 1991, partecipazione italiana all’operazione di “peace-keeping” Provide Comfort in Kurdistan. 1992-95, Esercito, Marina, Aviazione e Carabinieri sono in Somalia (Restore Hope, operazione “umanitaria” condotta, col beneplacito del PDS, per “restituire la speranza” a un Paese in precedenza riempito di armi e rifiuti tossici sotto la bandiera santa degli “aiuti allo sviluppo”). 1998-99, partecipazione italiana alla forza multinazionale, inquadrata nell’operazione NATO Joint Guarantor, in Macedonia. 1999, partecipazione italiana a Allied Harbour, in Albania. 1999, l’Italia partecipa alla KFOR sotto comando NATO con una Multinational Task Force -West (MNTF-W), in Kosovo: iniziata il 12 giugno 1999, la missione è tuttora in corso]. 2001, intervento in Afghanistan, ancora in corso, con circa 2500 militari, tra Esercito, Marina, Aviazione e Carabinieri (all’interno dell’International Security Assistance Force. 2002-03, partecipazione all’operazione NATO Amber Fox -Allied Harmony, in Macedonia). 2003, intervento nella Seconda Guerra del Golfo, conclusosi per dare spazio a una nuova intrusione in Libano, dove sono impegnati circa 2500 soldati. 2008, presenza italiana in Georgia.

Oltre a queste operazioni di maggior impegno, dal 1979 le Forze Armate italiane hanno realizzato un centinaio di missioni di diversa natura, dal soccorso ai terremotati al controllo dei confini, che, seppur di piccola entità, costituiscono pur sempre preziose occasioni di esercitazione e sperimentazione. Le missioni militari hanno così toccato i quattro angoli della Terra, dal Kashmir al Guatemala, incentrandosi soprattutto sull’area d’interesse dell’imperialismo italiano: Balcani, Mediterraneo, Medio Oriente e Corno d’Africa. Cfr. Le guerre dell’imperialismo italiano: lotte proletarie e prospettiva internazionalista. Granuli d’“altra storia” contro l’impotenza dell’odierno movimento antiguerra, a cura di D.E. e Calusca City Lights, Edizioni Calusca City Lights – Centro di documentazione “Porfido”, Milano-Torino, 2008, p. 22.

In precedenza, nei primi anni Cinquanta, l’Italia aveva partecipato alla guerra di Corea sotto i simboli della Croce Rossa, realizzando un ospedale da campo con 100 letti, portati poi a 200, gestito da militari: si apriva così il capitolo dell’“imperialismo umanitario”. A questo proposito, è da segnalare la missione Indus, svolta nel quadro degli aiuti forniti al Pakistan, dopo il terremoto dell’8 ottobre 2005, dall’Alleanza Atlantica (Euro-Atlantic Disaster Response Coordination Centre). La NATO Response Force (NRF), forte d’oltre 25 mila uomini (appartenenti alle forze terrestri, marittime e aeree), è stata attivata per la prima volta proprio per intervenire “umanitariamente” nel Pakistan colpito dal sisma. Nell’estate 2006, la NRF ha realizzato la prima grande esercitazione di dispiegamento a Capo Verde (Africa occidentale). Oggi uno dei suoi maggiori centri operativi è a Solbiate Olona (Varese).

[67]Da segnalare è la cosiddetta “operazione Delfino”, con la quale nel 1954 il governo Pella fece pervenire segretamente a Trieste carichi di armi, distribuite poi dalla divisione “Gorizia” alla Brigata Italia e al Terzo Corpo Volontari della Libertà (due formazioni clandestine nate in funzione antislava e anticomunista) e quindi finite nelle mani del “principe nero” Junio Valerio Borghese e di appartenenti alla Xª MAS. Cfr. JACK GREENE – ALESSANDRO MASSIGNANI, Il principe nero. Junio Valerio Borghese e la Xª MAS, Mondadori, Milano, 2007.

[68]La macchina militare si laurea in dottrina della controrivoluzione, in “CONTROinformazione”, a. VI, n. 15, giugno 1979, p. 47. Cfr. anche DANIELE GANSER, Nato’s Secret Armies. Operation Gladio and Terrorism in Western Europe, Frank Cass, London, 2005; ALEXANDER L. GEORGE (a cura di), Western State Terrorism, Polity Press, Cambridge (Mass.), 1991, in particolare il saggio di MICHAEL MCCLINTOCK, American Doctrine and Counterinsurgent State Terror, pp. 121-154.

La teoria della “controinsorgenza” venne elaborata nell’immediato dopoguerra, principalmente come risposta alla Rivoluzione cinese. Secondo gli analisti statunitensi, la vittoria del PCC avrebbe dimostrato il ruolo strategico della guerriglia nella conquista del potere, soprattutto nell’èra nucleare. Se questa teoria era stata elaborata in riferimento soprattutto al Terzo Mondo e ai movimenti di liberazione nazionale, la teoria della “guerra rivoluzionaria” meglio si confaceva alle dinamiche presenti in aree più avanzate. A sintetizzare in qualche modo le due provvide il generale William Childs Westmoreland (già collaboratore della CIA nell’elaborazione dell’Operazione Chaos tesa a contrastare il “comunismo” nel mondo e nel Sud- Est asiatico in particolare, nel 1963, e poi capo delle truppe americane in Vietnam), con le sue direttive su come opporsi sul campo all’“avanzata comunista”, come utilizzare il terrorismo e l’infiltrazione a favore della “stabilizzazione”, come controllare forze armate e governi di Paesi “ospiti” e “amici”.

Nel 1970, Westmoreland redasse il Field Manual 30-31, che aggiornava e sviluppava i concetti dell’Operazione Chaos, così come le appendici FM 30-31 A e FM 30-31 B, dove si trovano descritte le operazioni False flag: “I servizi segreti dell’esercito degli Stati Uniti devono avere i mezzi per lanciare operazioni speciali che convincano i governi ospiti e l’opinione pubblica della realtà del pericolo insurrezionale. Allo scopo di raggiungere quest’obiettivo, i servizi americani devono cercare d’infiltrare gl’insorti per mezzo di agenti in missione speciale che devono formare gruppi d’azione speciale tra gli elementi più radicali”.

[69]Benché in quegli anni l’ideologia del secondo conflitto mondiale come guerra “antifascista” sia ancora fresca di conio, gli eserciti dei “Liberatori” fanno lestamente proprie le dottrine di controguerriglia fiorite nella Germania nazista fin dalla seconda metà degli anni Trenta, cogliendo la “validità intrinseca dei criteri operativi adottati [dalla Wehrmacht e dalle SS], tanto è vero che essi riappaiono, quasi immutati, negli anni Cinquanta e Sessanta in Algeria e in Vietnam”. ALESSANDRO POLITI, Le dottrine tedesche di controguerriglia (1936-1944), Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 1991, pp. III-IV.

[70]Il 19 maggio 1961, il capo della polizia Angelo Vicari emana la circolare 442/4567 sui piani di emergenza per il controllo dell’ordine pubblico da parte dei diversi corpi armati dello Stato.

[71]Cfr. [MAURIZIO GRETTER], La guerra dei tralicci. Zone bianche al riparo dalla lotta di classe, perquisizioni, arresti, detenuti sudtirolesi torturati: l’irredentismo di Stato come palestra dell’antiguerriglia, in “CONTROinformazione”, Milano, a. IV, n. 9-10, novembre 1977, pp. 42-61; ora in Maurizio Gretter. Un seme di libertà. Scritti e testimonianze dell’impegno sociale e giornalistico di Maurizio Gretter, a cura di Attilio Baldan, Massimo Fotino, Gian Carlo Salmini, Editrice Temi, Trento, 1986.

[72]A questo fine Aloia si era recato prima in visita negli Stati Uniti a Fort Bragg, sede della Special Warfare School, appena potenziata dal presidente Kennedy per far fronte agl’impegni in Vietnam, del Comando dell’Esercito Strategico Statunitense e della 82ª Divisione aerotrasportata.

[73]Fiore all’occhiello delle FF. AA., questa brigata meccanizzata in realtà equivale, per organico e mezzi, a quattro normali brigate di fanteria.

[74]Forse non tutti sanno che… Samuel Phillips Huntington (1927- 2008), politologo statunitense affermatosi alla metà degli anni Settanta per aver sviluppato in ambito Trilateral le implicazioni della “crisi della democrazia” (Rapporto di Kyoto) e ritornato in auge dopo l’11 Settembre per la sua teoria sullo “scontro di civiltà” (The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order), iniziò la sua carriera d’assassino col calamaio nel 1968 predicando bombardamenti terroristici talmente estesi da “produrre un’altrettanto importante migrazione dalle campagne alle città”, così da annientare la “base di consenso” rurale dei vietcong (“Foreign Affairs”, n. 64, 4 luglio 1968).

[75]Questa esercitazione, che vide la partecipazione di elementi di un nucleo propaganda (P/4), di un nucleo di evasione ed esfiltrazione (E/4) e di un’unità di pronto impiego (Stella marina), era destinata a sviluppare “su base sperimentale, temi concernenti le operazioni caratteristiche della guerra non convenzionale in situazioni di insorgenza e controinsorgenza”, tramite il compimento di “azioni di provocazione, quali aggressioni e attentati da attribuirsi all’avversario, e la diffusione di materiale di disinformazione”.

[76]Il 9 novembre 1971 un velivolo Lockheed C-130K Hercules inglese, diretto in Sardegna, si inabissò nelle acque della Meloria, antistanti Livorno, con il suo carico di 46 paracadutisti della “Folgore” e sei aviatori britannici. Su di un muro dello stadio livornese, nei giorni successivi, apparve (come pure a Parma e Pisa) una scritta: “46 paracadutisti morti = 46 fascisti in meno – niente lacrime”, antesignana degli striscioni “10, 100, 1000 Nassiriya” che han più volte campeggiato in alcuni settori dello stesso stadio.

[77]Con l’espressione “guerra non ortodossa” si intende il complesso delle attività vòlte al combattimento asimmetrico e non corrispondenti ai canoni della guerra tradizionale. La “guerra non ortodossa” non mira a occupare fisicamente un territorio, bensì a conquistare il cuore e le menti dei civili residenti nell’area delle operazioni e a danneggiare le infrastrutture (civili e militari) del nemico, tramite azioni dirette, sabotaggi o impiego di civili. La “guerra non ortodossa” non esclude rapimenti, eliminazioni mirate, allestimento e supporto di strutture clandestine di combattenti a fini controinsurrezionali o di controguerriglia. Tra le attività previste vi sono le UMO (Operazioni militari non convenzionali) e le OCS (Operazioni dei Servizi Clandestini, ovvero di strutture coperte, quindi formalmente inesistenti, dei servizi segreti). Le UMO sono operazioni condotte in territorio nemico (o occupato dal nemico) da forze speciali appositamente addestrate ed equipaggiate (quali le Special Forces e la Delta Force statunitensi, lo SAS inglese e, in Italia, il IX battaglione, oggi reggimento, della “Folgore” e il Comsubin della Marina). L’organizzazione Stay Behind e la struttura coperta del SISMI (V Sezione, poi VII Divisione) erano incaricate delle OCS previste in Italia dai comandi NATO (Supreme Headquarters Allied Powers Europe, SHAPE).

[78]In proposito, lo studio più aggiornato è quello di MIMMO FRANZINELLI, La sottile linea nera. Neofascismo e servizi segreti da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, Rizzoli, Milano, 2008.

[79]La tendenza alla sostituzione degli eserciti nazionali di massa, sórti nell’Ottocento, con quelli professionali incominciò ad affermarsi in molti Paesi europei già nel corso del decennio precedente. A proposito dello sfondo politico di questa trasformazione, non si può non ricordare almeno che negli Stati Uniti la coscrizione venne sospesa a seguito della Guerra in Vietnam…

Sulla genesi degli eserciti di coscritti nel processo di costruzione degli Stati-nazione, cfr. la sintesi storica di PIERO DEL NEGRO, Guerra ed eserciti da Machiavelli a Napoleone, Laterza, Roma-Bari, 2001.

Sull’antimilitarismo e sulle posizioni del movimento proletario di fronte alle guerre e agli eserciti, tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento, diamo qui alcuni suggerimenti di lettura (giocoforza incompleti): L’antimilitarismo oggi in Italia. Antologia, a cura di Giorgio Rochat, con la collaborazione di Franco Gianpiccoli, Eugenio Rivoir e Marco Rostan, Claudiana, Torino, 1973; FABRIZIO BATTISTELLI (a cura di), Esercito e società borghese, Savelli, Roma, 1976; JEAN-JACQUES BECKER, Le Carnet B. Les pouvoirs publics et l’anti-militarisme avant la guerre de 1914, Klincksieck, Paris, 1973; BRUNA BIANCHI – FABIO CAFFARENA – MARCO GERVASONI ET AL., Militarismo e pacifismo nella Sinistra italiana. Dalla Grande Guerra alla Resistenza, Unicopli, Milano, 2006; FRANÇOIS BOCHET, A proposito della Seconda Guerra mondiale, dattiloscritto, Milano, 2002 (edizione originale: “Episodes”, n. 2, 1989); [AMADEO BORDIGA], Il proletariato e la guerra, “Quaderni del programma comunista”, n. 3, giugno 1978; GIANPIERO BOTTINELLI – EDY ZARRO, L’antimilitarismo libertario in Svizzera, La Baronata, Lugano, 1989; PHILIPPE BOURRINET, Alle origini del comunismo dei consigli. Storia della sinistra marxista olandese, Graphos, Genova, 1995, in particolare il cap. 3: “Alla prova della Grande Guerra (1914-1918)”; MARTIN CEADEL, 68 A CHI SENTE IL TICCHETTIO Oxford, 1980; GINO CERRITO, L’antimilitarismo anarchico in Italia nel primo ventennio del secolo, RL, Pistoia, 1968 (reprint: Samizdat, Pescara, 1996); CHRISTIAN CHARRON, L’antimilitarisme et son expression littéraire à la fin du XIXe siècle en France, Université de Bordeaux III, marzo 1977; YOLANDE COHEN, Les jeunes, le socialisme et la guerre, L’Harmattan, Paris, 1989, coll. “Chemins de la mémoire”; MARY DAVIS, Sylvia Pankhurst, a life in radical politics, Pluto Press, London, 1999; LAURA DE MARCO, Il soldato che disse no alla guerra. Storia dell’anarchico Augusto Masetti (1888-1966), Spartaco, Santa Maria Capua Vetere (Caserta), 2003; PATRIZIA DOGLIANI, Internazionalismo ed antimilitarismo. 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[80]In vista di questa trasformazione, il “Nuovo Modello di Difesa” già nel 1991 poneva la necessità di veicolare “una migliore immagine del volontario, prevedendone l’impiego in tutti i ruoli propri del combattente, al fine di indirizzare le scelte della vita militare per motivazioni diverse da quelle semplicemente occupazionali”.

In merito, il generale Goffredo Canino, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano dall’aprile 1990 all’ottobre 1993 (all’epoca dell’operazione “Ibis” in Somalia), ha scritto che “quello di cui abbiamo bisogno è, per così dire, un volontario da combattimento e non da caserma, con la prospettiva non legata alle discoteche di S. Marinella o di S. Severa, ma ai tuguri albanesi o alle macerie di Mogadiscio, […] persone addestrate a difendersi per difendere interessi collettivi senza incertezze o dubbi morali e con i mezzi adatti per farlo”.

La Regola – manco fossero monaci guerrieri! – è assai chiara: “Non è un lavoro per gente qualunque. Bisogna essere addestrati, preparati soprattutto dal punto di vista spirituale. Bisogna essere pronti al combattimento!” (GOFFREDO CANINO, La Regola. Fondamenti etici e normativi della condizione militare, in “Rivista Militare”, supplemento al n. 4, luglio-agosto 1994). E, in un’intervista sull’addestramento dei volontari, lo stesso generale spiegava che “ridotto all’osso il compito è insegnare a uccidere bene e a farsi ammazzare poco” (“Corriere della Sera”, 14 giugno 1997).

[81]Un altro progetto per un “Nuovo Modello di Difesa” fu presentato, nel 1992, dal socialista Salvo Andò, titolare della Difesa nel primo governo Amato. Questa seconda proposta non si differenziava in modo rilevante dalla prima, se non per il fatto di valorizzare uleriormente l’importanza della “difesa degli interessi nazionali esterni” e del “contributo alla sicurezza internazionale”, rispetto al compito della “difesa integrata degli spazi nazionali”. Cfr. DOMENICO MORO, Il militare e la repubblica, Laboratorio politico, Napoli, 1995, pp. 15-16.

[82]Cfr. FRARIA, “Forza Paris”. Fallimento di un’operazione coloniale. Dossier Sardegna, il conflitto nascosto, Editziones de su Arkiviu-Bibrioteca “T. Serra”, Guasila (Cagliari), 1992.

[83]In questa operazione hanno avuto il loro battesimo le unità della “Garibaldi”, la prima brigata dell’Esercito Italiano a essere formata esclusivamente da professionisti.

[84]Dopo l’11 Settembre, sotto l’imperativo della “lotta al terrorismo internazionale”, sono state rafforzate le strutture antiguerriglia create in Italia nel corso degli anni Settanta e Ottanta.

[85]Da ultimo, l’intervento dopo il terremoto in Abruzzo. Al riguardo, riportiamo alcuni passi di una testimonianza dai campi aquilani: “Oltre ai vigili del fuoco, su 60 mila abitanti, di cui 30 mila sfollati sulla costa, ci sono più di 70 mila uomini e donne in divisa all’Aquila, dall’esercito ai Carabinieri, dalla polizia, municipale e non, ai GOM, dalla Guardia di finanza (anche in assetto antisommossa) alla Guardia forestale. […] E poi c’è Digos e polizia in borghese sparsa per tutto il territorio. In ogni campo su 160 sfollati, ci sono almeno 200 sbirri a vario titolo più quelli in borghese. Queste tendopoli sono dei lager. Non è permesso tenere animali con sé (tranne rare eccezioni strombazzate in televisione), non è permesso andare a trovare amici e parenti negli altri campi senza essere identificati, non è permesso cucinare, lavarsi, autogestirsi. […] Ci trattano come decerebrati. Ci hanno invaso, colonizzato, disinformato. Non arrivano giornali nei campi. Per andarli a comprare bisogna uscire la mattina presto dopo essere stati identificati e cercare di raggiungere l’edicola ancora agibile più vicina (abbiamo il marchio del terremotato: un tesserino da portare sempre bene in vista anche quando si fa la fila per mangiare o per andare al cesso o per farsi la doccia o andare dal barbiere ogni 15 giorni). […] E mentre cerchi di addormentarti in mezzo a questo orrore, gli uomini in divisa entrano nelle tende e ti accecano la vista con le torce, per vedere chi c’è e chi non c’è, che cosa fa e se ha il computer acceso o la televisione (è vietato tenerli con sé nella tenda). C’è il coprifuoco. Arrestano un rumeno per aver recuperato dalle case crollate pezzi di grondaia di rame, mentre i veri sciacalli sono pagati per tenerci rinchiusi dentro i campi o per mandarci via dalla disperazione” (http://www.informa-azione.info/abruzzo_diaro_comunicato_dallabruzzo).

In una seconda lettera-testimonianza si legge: “La disoccupazione nel territorio aquilano, già molto elevata prima del terremoto, ora ha raggiunto livelli insopportabili per un tessuto sociale così profondamente diviso e sparpagliato tra un presente di tendopoli e alberghi-ghetto e un futuro di new town. […] I prodotti locali dell’agricoltura e dell’allevamento, inutilmente offerti alla Protezione Civile per il consumo nei campi, rimangono invenduti e devono essere distrutti. Sono le grosse catene di distribuzione e non i piccoli produttori indigeni a guadagnare dall’emergenza. Nelle tendopoli gli sfollati non hanno certo diritto di scelta e, mentre nelle stalle abruzzesi i vitelli invecchiano e il latte deve essere gettato, nei campi la minestra è sempre quella del cibo in scatola o surgelato, di dubbia provenienza e inesistente genuinità, probabile concausa della recente epidemia di dissenteria. […] L’Aquila è ormai una città assediata dalla burocrazia [l’infernale macchina del DICOMAC: Direzione di Comando e Controllo, l’organo di coordinamento nazionale delle strutture di Protezione Civile nell’area colpita] e dalla militarizzazione […]. Nelle tendopoli le uniche assemblee popolari consentite e incoraggiante, quando non direttamente indette dal capo-campo della Protezione Civile, […] sono quelle per simulare la libera elezione dei responsabili civili per la sicurezza, ossia i kapò. Un kapò per ogni etnia per meglio controllare ogni comunità, praticamente scelto dal capo-campo in cambio di condizioni privilegiate nella tendopoli stessa” (http://www.informa-azione.info/abruzzo_diario_comunicato_dallabruzzo_2).

Per un’ulteriore testimonianza audio, rimandiamo alla corrispondenza di “Radiocane” del 29 maggio 2009 (http://www.radiocane.info/la-striscia-informativa-di-radiocane/603-informazione-del-29-maggio.html).

[86]Da segnalare sono le esercitazioni della serie “Istrice” (combattimento negli abitati) e alcune nuove serie di esercitazioni, quali la “Orso” e la “Leone”, aventi per oggetto l’istituzione di checkpoint o servizi di scorta e la liberazione di personale in situazioni critiche.

[87]Addestramenti sul territorio nazionale avvengono da tempo, come per esempio quello condotto il 28 febbraio 2003 e conclusosi presso il Centro di Addestramento alle CRO (Crises Response Operations, Operazioni di risposta alle crisi) di Cesano con la certificazione del 2º Corso per Istruttori della Forza Armata di “Controllo della folla” [sic].

[88]Compito poco agevole quello di chi volesse seguire da vicino la produzione legislativa italiana in questo campo, tali e tanti sono i “pacchetti” confezionati da governi di vario colore politico ma di analoga ossessione sicuritaria. L’ultima performance si distingue notoriamente per le norme sulla delazione ai danni dei clandestini da parte dei pubblici ufficiali (e si scopre contestualmente che sono tali tutti i dipendenti pubblici…) e per il prolungamento fino a 180 giorni della permanenza nei CIE. Per quanto attiene all’asse principale del nostro intervento ci limitiamo a segnalare l’art. 6: “Collaborazione della Polizia municipale nell’ambito dei piani coordinati di controllo del territorio” e l’art. 7: “Accesso della Polizia municipale al Centro elaborazione dati del ministero dell’Interno”.

[89]AFRICOM, uno dei sei comandi unificati del Pentagono, è stato creato nel 2007 dal presidente Bush e inaugurato il 1º ottobre 2008 a Stoccarda (Germania). Suo scopo è la lotta al “terrorismo” e l’addestramento e l’armamento dei militari africani, oltre alla protezione degli enormi interessi americani nel Continente Nero. Oltre che sulle infrastrutture che la Marina USA possiede a Capodichino, Gricignano e Gaeta, AFRICOM potrà contare pure sulle basi dell’US Army di Camp Ederle e anche sulla nuova base nell’aeroporto Dal Molin a Vicenza.

[90]Cfr. Napoli chiama Vicenza, a cura del Comitato campano Pace e Disarmo, Napoli, 2008.

[91]Sigonella è anche sede della centrale d’intelligence per le attività “anti-terrorismo” statunitensi in Africa settentrionale e occidentale. Joint Task Force Aztec Silence è il nome della forza speciale creata dal Dipartimento della Difesa USA per condurre dalla Sicilia missioni di sorveglianza terrestre, aerea e navale e financo vere e proprie operazioni di bombardamento contro obiettivi civili e militari nella regione del Sahel, considerata dagli strateghi del Pentagono come un’area nevralgica per il controllo dell’Africa.

[92]Cfr. “Senza censura”, n. 26, luglio 2008.

Elementi d’optometria: che cosa illumina gli occhi

Nel quadro delle cosiddette “nuove guerre” o “asimmetriche” o “di quarta generazione” o “a bassa intensità” ecc.[93] (cambia la terminologia, a seconda delle correnti di pensiero, ma non la sostanza) risaltano:

– la fine della tradizionale distinzione tra il combattente e il civile, già sostanzialmente scomparsa con la “mobilitazione totale” nella Grande Guerra[94] e con il terrorismo contro le popolazioni civili praticato da tutti gli Stati, sia del campo “fascista” sia di quello “democratico”, nella Seconda Guerra mondiale[95];

– l’apparizione di nuove figure del “militariato”[96], che vanno dalle ONG “umanitarie” ai contractors[97];

– una minore importanza dell’aspetto propriamente militare nelle operazioni;

– la frantumazione del campo di battaglia e l’assenza di un fronte;

– il ridimensionamento del ruolo degli armamenti ad alta tecnologia rispetto al controllo del territorio, affidato alla fanteria (per quanto dotata d’armi d’ultima generazione e supportata da strumentazioni sofisticate)[98].

Il nemico è sempre meno un esercito convenzionale e sempre più un’entità informale, in una radicale indistinzione tra guerra interna e guerra esterna: guerriglieri urbani, formazioni “terroristiche”, ma anche raggruppamenti meno organizzati come quelli che emergono in situazioni insurrezionali.

Il controllo preventivo e la repressione di eventuali sommosse o insurrezioni diventeranno viepiù prerogative dell’esercito, che dovrà esercitare, pertanto, vere e proprie funzioni di polizia territoriale, nel mentre quest’ultima si “paramilitarizza”[99]. Oltre a controllare il territorio, l’esercito sarà tenuto a svolgere attività di gestione della popolazione civile: gestione fisica (rifugiati, sfollati ecc.) e gestione psicologica (controllo e monopolio delle informazioni, rapporti con le autorità locali, ma anche con tutte le realtà associative disposte a collaborare).

In questa prospettiva sarà necessario dotare le forze armate di un’adeguata preparazione al conflitto urbano, per scongiurare la storica “incoercibilità” delle “forze ribelli” nella guerra asimmetrica. Al contempo, bisognerà abituare la gente a vedere i militari pattugliare le città, affinché nessuno, assuefatto e/o terrorizzato che sia, si azzardi più a muovere un dito (foss’anche il medio).

Stiamo andando verso uno “Stato militarizzato”. Le truppe stanziate a Pianura come in via Padova (Milano) ci ricordano che il 2020 non è poi così distante[100].

Il rapporto Urban Operations in the Year 2020 modula l’utilizzo dello strumento militare. Armi letali o “non letali” verranno quindi impiegate per prevenire, contenere e reprimere quelle sommosse e rivolte che nessuno ormai s’illude di poter evitare nel prossimo futuro. Le operazioni militari nelle aree urbane irachene e afghane, poi libanesi e infine nella striscia di Gaza hanno dimostrato la compatibilità dell’uso di armi pesanti, chimiche e incendiare su civili e grandi agglomerati, nonché come si possa fare strage di donne, vecchi e bambini senza incontrare l’opposizione di opinioni pubbliche e governi. Fucile antisommossa, pepper gun[101] e proiettili al fosforo bianco: a ciascuno il suo, a seconda dei livelli di crisi e d’insorgenza.

Comunque, tutto sarà permesso contro “terroristi”[102], sobillatori e rivoltosi.

“Una delle armi del Capitale consiste nel fatto che la popolazione, proletariato compreso, non immagina fin dove lo Stato si spingerà con la guerra civile”, scriveva Jean Barrot nell’ormai lontano 1972. La consapevolezza del livello al quale lo Stato è disposto a spingersi con la guerra civile, consapevolezza che illumina e fa profondi gli occhi dei ragazzini palestinesi che affrontano a colpi di pietra i tank israeliani, continua tristemente a far difetto nelle nostre contrade, sprofondate nel sonno catodico e imbolsite dalla morale dell’“io speriamo che me la cavo”.

Quando questa nefasta malìa svanirà, risuoneranno ancora le belle note delle canzoni di rivolta (1830-32, 1848, 1871, 1917-20, 1968-70, 1977, Genova 2001, Atene 2008…) e crollerà anche il mito dell’invincibilità delle forze repressive.

15 giugno 2009

a cura di “Nonostante Milano” (nonostantemilano@gmail.com)

Note:

[93]Il Low Intensity Conflict (LIC) è, secondo la definizione adottata dalle gerarchie militari USA, “uno spazio ambiguo tra la pace e la guerra, dove il contributo della forza militare al raggiungimento degli obiettivi strategici è indiretto, dove le azioni non militari stabiliscono le condizioni sotto le quali l’obiettivo strategico è raggiunto”. Nei Paesi europei e in Asia, si usa spesso l’espressione “guerra a bassa intensità” utilizzando in parte la definizione statunitense ma senza accoglierne integralmente il senso. Altre locuzioni adottate dalla letteratura militare anglosassone sono quelle di Non-Traditional Missions o di Military Operations Other Than War (MOOTW). C’è poi il termine “guerre ibride”, coniato nel 2005 dal professor Erin M. Simpson. Oggigiorno, perlopiù, si adotta l’espressione “guerre asimmetriche”, introdotta nel lessico miltare dallo studioso Andrew Mack in un articolo pubblicato nel 1975.

[94] Cfr. JÜRGEN KOCKA, Facing Total War. German Society 1914-1918, Berg Publishers, Leamington Spa, 1984; Le soldat du travail. Guerre, fascisme et taylorisme, a cura di Lion Murard e Patrick Zylberman, in “Recherches”, Paris, n. 32-33, 1978.

[95]Cfr. Il bombardamento di Dresda come rapporto sociale (le ristrutturazioni e la guerra), in “La Banquise”, Paris, n. 3, estate 1984 (trad. it. disponibile presso l’archivio di “Nonostante Milano”); SVEN LINDQVIST, Sei morto! Un labirinto con 22 ingressi e nessuna uscita, Ponte alle Grazie, Milano, 2005 (2ª ed.); W.G. SEBALD, Storia naturale della distruzione, Adelphi, Milano, 2004 (splendido per qualità narrative e capacità di penetrazione storicoesistenziale).

[96]Per “militariato” deve intendersi “la compresenza, e il cofinanziamento diretto o indiretto, sia delle missioni di guerra, sia delle missioni di pace da parte dei governi”, ovvero il “contemperamento dell’intervento militare con quello civile, pacifico, volontario” (PINO TRIPODI, Il militariato in Iraq. Il ruolo del volontariato nella guerra permanente, 10 settembre 2004, http://www.bancadellasolidarieta.com/article.php3?id_article=39). Fra l’altro, è proprio grazie alla presenza nei teatri di guerra delle ONG e di migliaia di uomini e di donne che prestano la loro vita convinti di operare per la pace o per lenire gli effetti dei conflitti che “i governi occupanti possono presentare le proprie avventure militari come guerre umanitarie”. Sull’insieme delle odierne ideologie della guerra “giusta” (“per la legalità internazionale”, “in difesa dei diritti umani”, “umanitaria”, “contro il terrorismo”, “preventiva” ecc.) e sul ruolo delle Nazioni Unite, si veda REDLINK (a cura di), L’ONU e “i signori della pace”, La Giovane Talpa, Milano, 2004. Già Kipling aveva descritto le guerre di conquista statunitensi delle Filippine e di altre ex colonie spagnole come “The savage wars of peace” (The White Man’s Burden, in “McClure’s Magazine”, febbraio 1899).

[97]Sulla storia e il ruolo attuale delle PMC (Private Military Companies), cfr. FRANCESCO VIGNARCA, Li chiamano ancora mercenari. La privatizzazione degli eserciti nell’era della guerra globale, Editrice Berti, Milano, 2004, coll. “I Libelluli di Altreconomia”; MAURO BULGARELLI – UMBERTO ZONA, Mercenari. Il business della guerra, NdA Press, Cerasolo Ausa di Coriano (Rimini), 2004; e i saggi raccolti nella sezione “Figure del combattente”, in “Conflitti globali”, La metamorfosi del guerriero, n. 3, 2008, pp. 33-89.

[98]Lo scarto fra le mirabolanti promesse dell’ipertecnologia bellica e la dura necessità di conquistare stabilmente il terreno è stato riassunto nella formula “guerre stellari e fantaccini terrestri”, cfr. “Quaderno Internazionale” n. 8, Editing, Torino, 1983.

Di tale contrasto dà conferma, fra l’altro, la “profonda riforma” della spesa militare statunitense annunciata lo scorso aprile da Robert M. Gates (passato dall’amministrazione Bush a quella Obama), intesa a ridimensionare i programmi dei maggiori sistemi d’arma e ad accrescere i fondi per la guerra “controinsurrezionale”. Particolare attenzione è riservata allo sviluppo di veicoli militari più resistenti a mine e ordigni improvvisati, facendo tesoro delle “lezioni apprese in Iraq e Afghanistan”.

Secondo il programma Future Combat Systems, destinato a potenziare le capacità delle brigate di combattimento, i soldati saranno sempre più integrati in una rete high-tech, con comunicazioni satellitari e veicoli telecomandati: i droni militari, sia terrestri che aerei (nell’ubbia d’informatizzare e automatizzare all’estremo i sistemi di “comando e controllo” e nella crescente complessità, sofisticatezza e costosità degli strumenti impiegati dall’“operatore” bellico, vòlti a sostituire sempre più i combattenti in carne e ossa, permane e si conferma la matrice paranoide della cosiddetta Revolution in Military Affairs).

Saranno ridimensionati programmi come quello del caccia F-22 Raptor della Lockheed Martin, pensato per scenari da Guerra fredda; la Lockheed, in compenso, riceverà maggiori fondi per il più grande programma aeronautico internazionale dell’èra moderna (che vede partecipi anche le società italiane Avio, Piaggio, Galileo avionica, OTO Melara): quello del cacciabombardiere stealth supersonico multiruolo di 5ª generazione F-35 Lightning II, maggiormente adatto per la “controinsurrezione”. Cfr. Il programma F-35 Joint Strike Fighter e l’Europa, in “Quaderni IAI”, Istituto Affari Internazionali, n. 31, ottobre 2008.

Grosso spazio è riservato anche agli UAV (Unmanned Aerial Vehicle, veicolo aereo senza pilota) telecomandati, in particolare il Predator (avente come funzione primaria quella d’individuare gli obiettivi da colpire) e il Reaper (hunter/killer, munito d’un carico bellico d’oltre una tonnellata e mezzo, composto di missili, bombe a guida laser e satellitare). La spesa militare statunitense è stata di 666 miliardi di dollari nel 2008 (nel 2010, il budget del Pentagono supererà i 670 miliardi: con altre voci di carattere militare, circa un quarto del bilancio federale), in pratica la metà degli esborsi bellici mondiali, pari a 1339 miliardi di dollari (2007), equivalenti al 2,5% del PIL mondiale (nel 2009 si supereranno probabilmente i 1500 miliardi di dollari: poco meno del PIL italiano). L’aumento di queste spese, a livello mondiale, è stato del 45% rispetto al 1998 (dati SIPRI). Secondo le stime relative al 2008, i Paesi NATO hanno speso 985 miliardi di dollari.

[99]La militarizzazione dei “ghisa” meneghini (che, pochi lo ricordano, iniziò nel 1898, l’anno di Bava Beccaris), nella sua odierna accelerazione scandita dall’esaltazione delle cosiddette “funzioni ausiliarie di pubblica sicurezza” e dalla proliferazione di “squadre speciali” (il Comune di Milano, fra l’altro, dovrebbe avere a disposizione due elicotterini prodotti da un’azienda tedesca specializzata in tecnologia bellica, prima città in Europa e seconda solo a Los Angeles nell’impiego di un occhio elettronico volante per il controllo del territorio, cfr. Mini-elicotteri per sorvegliare i cieli di Milano, in “Libero”, 20 giugno 2007), si colloca in una tendenza attiva a livello internazionale che comporta una “paramilitarizzazione” delle forze locali di polizia.

Negli Stati Uniti, Paese guida di questa tendenza, nel 1982 il 59% dei dipartimenti di polizia aveva tra i suoi effettivi un’unità paramilitare; quindici anni dopo la percentuale era salita quasi al 90%. “L’esercito e la polizia rappresentano le entità primarie dell’uso della forza statale, il fonda- mento della sua forza coercitiva. La stretta alleanza ideologica e operativa fra queste due entità nella gestione di problemi sociali interni” è attestata per esempio dal successo della Firearms Training Systems, Inc. (FATS), che, dal 1984, si è specializzata nell’addestramento all’uso delle armi da fuoco e nel condizionamento psicologico delle forze dell’ordine (BATF, FBI, e LAPD) e delle forze armate statunitensi (US Army, Air Force, Corpo dei Marines), nonché di organizzazioni militari straniere, compresi gli eserciti di Singapore e Italia”.

Per migliorare il realismo dell’addestramento al combattimento ravvicinato e aumentarne l’efficacia sono stati sviluppati sistemi come il Weapons Team Engagement Trainer, utilizzato da forze speciali dell’esercito, squadre SWAT e forze dell’ordine”. Il tutto condito con l’applicazione delle tecniche skinneriane per sviluppare “un’abilità riflessiva di fuoco rapido” e con una vera e propria “deificazione dell’omicidio durante l’addestramento”. Cfr. FRANK MORALES, The Militarization of the Police (http://www.covertaction.org/content/view/95/75/). Dello stesso Autore si veda anche Military Operations in Urban Terrain (http://covertaction.org/content/view/78/0/).

[100]Dinamogrammi, paragrafo “Questo tristo mondo”, in “Nonostante Milano”, marzo 2009.

[101]Si tratta di una pistola in grado di lanciare Oleoresin capsicum (OC) con effetti infiammatori immediati. Il “pepper gas”, bandito nel 1972 dalla Convenzione delle Armi Biologiche per l’uso in guerra, è invece permesso nelle operazioni di “sicurezza interna”. Benché uno studio dell’esercito statunitense abbia evidenziato come esso possa provocare “effetti mutageni e cancerogeni, ipertensione, intossicamento cardiovascolare e polmonare, intossicamento nervoso, come anche la morte”, il suo impiego sta rapidamente aumentando. Un rapporto dell’International Association of Chiefs of Police (IACP) ha documentato almeno 113 “morti accidentali” collegate al “pepper gas” negli Stati Uniti. Cfr. ROBIN BALLANTYNE, The Technology of Political Control, in “Covert Action Quarterly”, n. 64, primavera 1998.

[102]Nella figura del “terrorista” si opera lo slittamento da nemico riconoscibile e convenzionale a incarnazione del “male assoluto”. Lo Stato potrà quindi colpire senza limiti questa manifestazione occulta del maligno, fino alla vittoria delle forze del “bene”. Nella “guerra al terrorismo” funziona al massimo regime quella macchina per l’imbottimento dei crani analizzata in ANNE MORELLI, Principi elementari della propaganda di guerra (utilizzabili in caso di guerra fredda, calda o tiepida), Ediesse, Roma, 2005.

Ejercitos en las Calles

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