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February 28, 2014

Quando il nemico parla chiaro

Filed under: italiano,original — translationcollective @ 4:59 pm
Quattro brevi testi sugli ultimi arresti NO TAV:
1 - Quando il nemico parla chiaro
2 - Il mondo che lorsignori vorrebbero
3 - Lettera di Nicco, Claudio e Mattia
4 - Appello per una giornata di mobilitazione nazionale

Quando il nemico parla chiaro

Era nell’aria, l’operazione che il 9 dicembre ha portato all’arresto di tre compagni e una compagna, accusati di aver partecipato, nella notte tra il 13 e il 14 maggio scorso, all’azione contro il cantiere del Tav di Chiomonte. Non si sapeva naturalmente chi sarebbe stato colpito, né precisamente per cosa. Ma il ritornello ripetuto ossessivamente negli ultimi mesi un po’ su tutti i media nazionali, dai più noti esponenti del trasversale Partito del Tav, non lasciava spazio a molti dubbi. Ai più attenti non era poi sfuggito l’annuncio del procuratore capo Caselli di anticipare di qualche mese la data del proprio pensionamento. Una notizia che non lasciava certo presagire nulla di buono: difficile supporre che un simile personaggio abbandoni le scene in silenzio.

Così, dopo aver saggiato un po’ il terreno in estate, indagando e perquisendo diversi no tav per l’art. 280 (“attentato con finalità di terrorismo”), l’immancabile duo Padalino-Rinaudo ci riprova alcuni mesi più tardi, porgendo, con gli arresti di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, l’ultimo ossequioso saluto al proprio Padrino, e sperando in questo modo di scalare qualche altra posizione nella corsa alla sua successione. 

Oltre al già citato 280, i reati contestati sono: “atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi, danneggiamento a mezzo di incendio, violenza contro pubblico ufficiale, detenzione e trasporto di armi da guerra”.

Reati che precludono la possibilità di ottenere misure cautelari alternative (arresti domiciliari, obblighi o divieti di dimora ecc.), consentono tempi di carcerazione preventiva molto lunghi e minacciano, se il castello accusatorio dovesse rimanere del tutto integro anche dopo il processo, di trasformarsi in condanne lunghissime che potrebbero superare i vent’anni di reclusione.

Nello specifico, i quattro compagni arrestati sono accusati tra le altre cose di aver, in concorso tra loro e con altri “in fase di identificazione”, attentato alla vita e all’incolumità delle persone addette alle opere di costruzione del tunnel esplorativo e delle persone preposte alla tutela del cantiere e dell’ordine pubblico, al fine di “costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto” (in questo caso il finanziamento e la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione), “arrecando così un grave danno all’Italia e all’Unione Europea”, come recita l’art. 270 sexies c.p.

Se è una semplice constatazione rilevare come in quest’azione contro il cantiere del Tav nessuno, operaio, militare o poliziotto che fosse, abbia riportato il benché minimo graffio e prodotto il benché minimo referto medico, vale la pena invece addentrarci un po’ tra le pieghe dell’art. 270 sexies.

Contenuto all’interno del cosiddetto “Pacchetto Pisanu” (luglio 2005), quest’articolo doveva servire a riformulare, ampliandola notevolmente, la definizione di “condotta terroristica”, sfruttando l’onda emotiva suscitata dalle stragi di Madrid del 2004 e di Londra del 2005. Le nuove norme, apparentemente approntate contro le bombe di Madrid (che costrinsero il governo di Zapatero a ritirare le truppe dal’Iraq), si caratterizzavano per una voluta vaghezza.

Che a farne le spese in futuro avrebbero potuto essere diversi contesti di lotta era già allora consapevolezza di compagni e avvocati. Che l’articolo 270 sexies appaia oggi in un’inchiesta contro dei no tav non è una sorta di anomalia giudiziaria, bensì l’applicazione di un dispositivo pensato sin dall’inizio contro il conflitto sociale.

Non è certo un caso che questa carta sia stata calata per la prima volta proprio a difesa del cantiere di Chiomonte, dove ci avevano già pensato il filo spinato israeliano, i militari ed i tank provenienti dall’Afghanistan a rendere sempre più labile il confine tra guerra interna e guerra esterna.

Ad essere incendiati quella notte sono stati un generatore, la cabina di alimentazione del ventolino di areazione, alcuni cavi elettrici e dei tubi di prolunga per il ventolino stesso. Tutte attrezzature atte alla realizzazione del cunicolo esplorativo, il cui danneggiamento ostacola o rallenta concretamente il proseguimento dei lavori.

Un atto tutt’altro che indiscriminato, un gesto che afferma direttamente il proprio obiettivo.

Un’azione di sabotaggio esemplare, insomma, uno zoccolo lanciato nella macchina del cantiere per incepparne il funzionamento.

Cosa tra l’altro ben compresa dal movimento no tav, come dimostrano le dichiarazioni e i comunicati dei giorni successivi. Per la prima volta in Italia, da almeno trent’anni a questa parte, un movimento di massa rivendica la validità del sabotaggio. Nella storia reale, che è ben altra da quella delle carte giudiziarie, la pratica del sabotaggio è stata assunta pubblicamente dal movimento proprio perché le costanti e inequivocabili forme del dissenso di massa alla Grande Opera sono state costantemente e inequivocabilmente ignorate. Prova ne sia il fatto che un cantiere per un cunicolo esplorativo è diventato “sito di interesse strategico nazionale” (la cui definizione, nelle carte di Rinaudo e Padalino, è ripresa non da qualche norma governativa, bensì da un periodico dello Stato Maggiore della Difesa…). Tutto ciò ha creato dei bei grattacapi al Partito del TAV, vista l’autorevolezza di cui gode la lotta in Valsusa. Anche altrove – pensiamo ad esempio alla lotta no Muos – la parola sabotaggio è tornata di attualità, rendendo ancora più preoccupante “la madre di tutte le preoccupazioni”, come disse la signora Cancellieri-Ligresti.

È sotto questa luce che vanno lette le carte dell’inchiesta.

In seguito agli arresti del 9 dicembre molti hanno giustamente sottolineato come le accuse di terrorismo, starnazzate da tutta la stampa, servissero a tentare per l’ennesima volta di dividere il movimento. Dopo il “siamo tutti black bloc” sostenuto a gran voce in seguito al 3 luglio, anche questa volta il tentativo di dividere il movimento in buoni e cattivi, in valligiani pacifici ed estremisti di fuori, cercando di mettere in un angolo i 4 compagni arrestati, è miseramente fallito.

Ormai ben pochi potevano nutrire dubbi e anche gli stessi inquirenti non si facevano troppe illusioni a riguardo. Attraverso queste accuse di terrorismo, dunque, l’obiettivo che le autorità si prefiggono sembra essere piuttosto un altro.

Nelle carte dell’inchiesta, gli inquirenti, forzando il piano strettamente giuridico, sostengono una tesi squisitamente politica. Dopo aver fatto una breve storia degli atti legislativi e dei vertici internazionali che hanno portato all’installazione del cantiere di Chiomonte, i magistrati sostengono che si tratta di procedure democratiche. L’azione contro il cantiere – assieme allo stillicidio di pratiche di contrasto di cui il faldone giudiziario fornisce un ampio elenco – viene definita “terroristica” non tanto per le sue caratteristiche specifiche, ma in quanto si oppone alla democraticità di una decisione intergovernativa. Seguiamo questa logica. Tutte le imposizioni dello Stato hanno un involucro legale, cioè sono formalmente basate sul Diritto. Tutto ciò che mette realmente in discussione un progetto statale è dunque passibile di “terrorismo”. Rimane solo il dissenso platonico. Dare concretezza al proprio NO, che in fondo è la caratteristica essenziale del movimento no tav, risulta quindi antidemocratico. Benito Mussolini avrebbe detto “nulla fuori dallo Stato, nulla contro lo Stato”. Il totalitarismo parla oggi un linguaggio diverso. Non ti stanno bene le nostre imposizioni democratiche? Sei un terrorista.

La democrazia è una porta blindata ad ogni dissenso (tranne quello, consentito, della lamentela); il dissenso non si ferma, la porta viene blindata con filo spinato e militari; il dissenso si fa sabotaggio, e questo rivela le “finalità terroristiche” della lotta no tav. In qualche modo, i due magistrati torinesi dicono esplicitamente ciò che era finora implicito: le decisioni di uno Stato democratico sono incontestabili. Qualsiasi lotta, foss’anche una vertenza sindacale, vuole sempre spingere la controparte a “compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto” (come recita il 270 sexies). Il cosiddetto patto sociale, o la dialettica tra le parti sociali, si fondava formalmente su questo: domani può diventare diritto ciò che oggi è illegale. Era l’epoca, cominciata nel Dopoguerra, in cui si volevano integrare contadini e operai nel Grande Compromesso: se mi date la forza lavoro, vi concedo diritti. Ebbene, quella Storia lì è finita. Questa è la Democrazia. Fuori e contro di essa, c’è il Male, il terrorismo. Dire che tutto ciò potrebbe riguardare qualsiasi movimento di lotta è a questo punto banale. Meno banale è trarne le debite conseguenze. Nei passaggi epocali, la classe dominante attacca frontalmente il nemico nei suoi punti di forza, non in quelli più deboli. L’impiego della categoria di terrorismo contro il movimento no tav – per ciò che questo esprime e che simboleggia – è, in tal senso, un avviso per tutti.

A seguire fino in fondo la logica di Rinaudo e Padalino, la natura “terroristica” della lotta contro il TAV non sta in un suo preteso “salto di qualità”, bensì nelle sue stesse premesse: in quel NO di cui vent’anni di esperienze, saperi, confronti, azioni non sono che il coerente sviluppo.

Non essersi rassegnati nemmeno di fronte ai manganelli, ai gas, alle ruspe, ai Lince, agli arresti, al terrorismo mediatico: ecco il crimine che contiene tutti gli altri.

In tal senso, la difesa dei compagni arrestati e indagati per “terrorismo” non è solo un atto di doverosa solidarietà, ma è la rivendicazione testarda della lotta e delle sue ragioni.

Cogliere la posta in gioco di questa operazione repressiva e rilanciare le resistenze, in Valle come altrove, è faccenda di ciascuno e di tutti.

 

_IL MONDO CHE LORSIGNORI VORREBBERO_

_Il mondo che lorsignori vorrebbero è sostanzialmente fatto così: qualcuno, stravaccato sulle poltrone del potere, decide per  utti; questi tutti sono tenuti ad accettare in silenzio e a testa bassa quanto stabilito; chi non è d’accordo ha un limitato diritto di  sprimere il proprio dissenso, ma intanto le decisioni prese dovranno essere rispettate; chi osasse intestardirsi nella propria  ontrarietà, magari opponendosi concretamente e non solo a parole, dovrà vedersela coi manganelli delle guardie e i  rovvedimenti della magistratura. È la democrazia, dicono; peccato che tralascino di dire quanto il sistema sia truccato, che  ascondano il divario abissale che separa la gente comune dai politici, gli stretti rapporti tra questi e le varie cricche di affaristi,  onché il fatto che nessuno ha mai sottoscritto un patto con cui accetta questo stato delle cose. Semplicemente, esso viene quotidianamente imposto con la potenza congiunta della propaganda, del ricatto e della forza. _

_LÀ IN VAL DI SUSA_

_Molti avranno sentito parlare della Val di Susa e del movimento No Tav. Di che cosa si tratta? Si tratta, nella sostanza, di una popolazione che ha deciso di opporsi a un progetto scellerato e che, da più di vent’anni, lo combatte con determinazione.  ono state formulate ed espresse pubblicamente centinaia di ragioni per cui questa Grande Opera va rifiutata essendo essa_ inutile_: in Val di Susa c’è già una linea ferroviaria, recentemente ammodernata, e il traffico ferroviario è in costante  iminuzione;_ dannosa_: il progetto (una galleria di 57 chilometri) prevede di bucare montagne piene di uranio e amianto  presente in natura nelle rocce e innocuo se lasciato lì, mentre diventa letale se disperso nell’aria) e mette a serio rischio le falde  cquifere della zona (come è già accaduto in Toscana);_ costosa_: si prevede una spesa di 20 miliardi di euro (destinata inevitabilmente ad aumentare, secondo l’uso italiano), solo parzialmente a carico dell’Europa e che potrebbero essere  estinati a opera di più comune necessità (scuole, ospedali, pensioni, ordinaria manutenzione dei territori, ecc.) _

_Ragioni suffragate da pagine e pagine di dati tecnici, opinioni di esperti, perizie universitarie. Pagine che peraltro hanno messo  n luce come i due partiti maggioritari, il Pd e il Pdl, entrambi sostenitori del progetto, esprimano direttamente l’unico reale  nteresse per la costruzione di quest’opera: quello dei costruttori, Cmc (in quota Pd) e Ltf (in quota Pdl). Pochi sanno che l’ex  egretario del Pd, Pierluigi Bersani, era membro del consiglio di amministrazione della Cmc, principale azienda coinvolta del  rogetto. Mentre il ministro delle infrastrutture dell’ultimo governo Berlusconi, Lunardi, stava ai vertici di un’altra grande azienda  oinvolta: la Rocksoil. Infine, gli immancabili interessi dell’amico di tutti i politici, l’appaltatore Ligresti. Insomma, quando si dice le larghe intese… _

_Forte di queste ragioni, la popolazione della Val di Susa ha dato vita a un movimento (il movimento No Tav, appunto) che ha  iscosso crescenti simpatie in tutt’Italia e non solo, diventando anche l’esempio di una possibilità realmente esistente ma con ogni  ura sottaciuta: la possibilità di vivere, resistere e pensare diversamente al mondo in cui viviamo. Nel corso degli anni, in  articolare dal 2005 a oggi, è stato fatto di tutto: manifestazioni oceaniche e passeggiate nei boschi, petizioni e presidî, ricorsi e  ampeggi, nonché preghiere in chiesa e sabba delle streghe. E ogni volta che i lavori hanno mosso i primi passi, queste voci  nascoltate, ma ferme nelle loro convinzioni, si sono fatte gesti concreti di opposizione cui lo Stato ha risposto con la militarizzazione del territorio, lo stanziamento di centinaia di poliziotti e soldati, centinaia (ormai quasi mille) di denunce, fogli di via, lacrimogeni sparati in faccia ai manifestanti, cariche, botte e idranti… _

_TERRORISTA A CHI?_

_In questo contesto, la notte tra il 13 e il 14 maggio 2013 alcunianonimi si sono introdotti nel cantiere Tav di Chiomonte e hanno incendiato alcuni macchinari. Un attacco, un sabotaggio, come ce ne sono stati a decine negli ultimi tempi. In relazione a  uesto episodio, il 9 dicembre 2013 sono stati eseguiti quattro arresti, tre a Torino e uno a Milano, non solo con l’accusa di aver  artecipato a quell’attacco, ma soprattutto con l’accusa di terrorismo._

_A noi non interessa sapere se le persone arrestate, che  onosciamo bene e che amiamo, siano responsabili di quell’azione. Noi sappiamo che, se le parole hanno ancora un senso, “terrorista” è chi colpisce indiscriminatamente le popolazioni, chi bombarda e  a le guerre, chi distrugge i territori, chi intossica i manifestanti coi gas lacrimogeni CS (peraltro vietato dalle convenzioni  nternazionali sulle ami chimiche), chi costringe la povera gente alla miseria, ecc. “Terrorista” non è certo chi ha degli ideali e  otta per una vita migliore, senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo, né chi si oppone alla devastazione dei territori e a  egaprogetti tanto grandiosi quanto dannosi._

_Domenica scorsa, nell’affollata piazzetta di Bussoleno, un bel paese fuori Susa, una donna l’ha detto forte e chiaro al microfono:  Questi quattro ragazzi sono i nostri figli. Sono i figli della Valle, della Valle che resiste. Li vogliamo liberi, subito!”_ _Mattia è uno di loro. Uno di noi._

_LIBERTÀ PER MATTIA, CHIARA, CLAUDIO, NICCOLÒ!_

_Libertà per tutti e per tutte!_

_amici e compagni di Mattia_

 

Lettera di Nicco, Claudio e Mattia  

Sono appena le 4 del pomeriggio e il sole sta calando dietro l’imponente termovalorizzatore metallico, mentre in lontananza si intravedono le prime montagne della valle e l’immaginazione completa i contorni accennati del Musiné. Siamo qui rinchiusi da 10 giorni ma il nostro pensiero viaggia ancora lontano…

Che la procura di Torino stesse preparando qualcosa di grosso lo sapevano pure i sassi. Lo si capiva dal crescendo di denunce contro il movimento, ma soprattutto da quell’intenso lavoro di propaganda con cui inquirenti, mass media e politici hanno cercato di traghettare la resistenza No tav all’ombra di quella parola magica che tutto permette: «terrorismo». Per mesi interi non hanno parlato d’altro, in un mantra ripetuto ossessivamente volto ad evocare una repressione feroce.

Infine hanno preso alcuni dei tanti episodi di lotta di questa estate su cui questo immaginario suggestivo potesse fare più presa e li hanno stravolti e piegati alla loro visione del mondo fatta di militari e paramilitari, gerarchie, controllo e violenza cieca.

Così hanno fatto per giustificare le perquisizioni di fine luglio, così fanno ora per argomentare i nostri arresti.

Ma c’è un abisso tra ciò che vogliono vedere in noi e quello che realmente siamo.

Non ci interessa sapere chi in quella notte di maggio si è effettivamente avventurato tra i boschi della Clarea per sabotare il cantiere – probabilmente non interessa neanche agli stessi inquirenti -. Quello che vogliono è avere oggi qualcuno tra le mani per far pesare la minaccia di anni di galera sul movimento e sulla resistenza attiva, per arrivare tranquilli e indisturbati all’apertura del cantiere di Susa.

Vogliono che le persone restino a casa a guardare dal balcone il progetto che avanza.

Eppure queste persone hanno già gli strumenti per mettersi in mezzo: abbiamo imparato a bloccare quando tutti insieme si gridava «No pasaran» e a passare a colpi di mazza quando il cemento dei jersey ci sbarrava la strada; abbiamo imparato a guardare lontano quando l’orizzonte si riempiva di gas e a rialzare la testa quando tutto sembrava perduto.

Non sarà il terrore che seminano a piene mani a rovinare i raccolti futuri di questa lunga lotta.

Occorrerà continuare a costruire luoghi e momenti di confronto per scambiarsi idee e informazioni, per lanciare proposte e per essere pronti a tornare nelle strade e in mezzo ai boschi.

Si è fatta sera alle Vallette, ma a parte il buio non c’è una gran differenza col mattino, dato che il blindo della cella resta chiuso ventiquattr’ore su ventiquattro: alta sicurezza!

Rispetto ai Nuovi Giunti c’è molta più calma e pulizia, ma l’assenza di contatto umano ci debilita.

La bolgia dei blocchi B, C o F (a parte l’isolamento cui è costretta Chiara) sono un pullulare di storie ed esperienze di vita con cui impastarsi, in cui trovare complicità e solidarietà. Già nel mese scorso, Niccolò, già arrestato a fine ottobre per un altro procedimento, ha potuto constatare come l’eco della lotta contro il Tav sia giunto fin dentro le galere e per molti rappresenti il coraggio di chi ha smesso di subire le decisioni di uno stato opprimente.

Per noi, costretti all’isolamento in una sezione asettica, è di vitale importanza rifiutare la segregazione e la separazione tra detenuti: siamo tutti «comuni».

Anche per questi motivi sarebbe bello se all’interno del movimento si sviluppasse un ragionamento e un percorso su e contro il carcere.

La maggior parte delle guardie delle Vallette vive qua, in dei grandi palazzoni all’interno delle mura, loro non si libereranno mai della galera.

Per quanto in questa sezione ci trattino educatamente, non si tireranno indietro nel farci rapporto su ordine di un superiore quando decideremo di lottare per qualsivoglia motivo.

Allora, coi ricordi che ci teniamo stretti, faremo rosicare questi «portachiavi» per la limitatezza dei loro orizzonti.

«Avete mai visto il mare farsi largo in mezzo ai boschi in un bel pomeriggio di luglio, e scagliarsi e andare contro le reti di un cantiere?»

«Avete mai sentito il calore umano di ogni età saldarsi spalla a spalla mentre gli scudi avanzano, l’asfalto dell’autostrada si fa liquido e le retrovie si riempiono di fumo?»

«Avete mani visto un serpente senza capo né coda o una pioggia di stelle nel cuore di una notte di mezza estate?»

Noi sì, e ancora non ci sazia.

La strada è lunga, ci saranno momenti esaltanti e batoste clamorose, si faranno passi avanti e si tornerà indietro, impareremo dai nostri errori.

Per ora guardiamo il nostro carcere negli occhi e non è facile, ma se «la Valsusa paura non ne ha», noi di certo non possiamo essere da meno.

Niccolò, Claudio, Mattia

 

TERRORISTA È CHI DEVASTA E MILITARIZZA I TERRITORI

APPELLO PER UNA GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE  

Circa 600 imputati, più di un migliaio di indagati, decine di persone sottoposte a varie restrizioni (obbligo o divieto di dimora,  oglio di via), multe da centinaia di migliaia di euro, un processo contro 53 no tav condotto in un’aula bunker, diversi compagni  a mesi agli arresti domiciliari. In questi numeri si può leggere l’accanimento repressivo contro il movimento no tav. Nella  rociata condotta dalla Procura di Torino si è aggiunto ad agosto un nuovo capitolo: no tav indagati per “attentato con finalità di  errorismo” – e sottoposti per questo a misure restrittive – per una delle tante passeggiate di lotta contro il cantiere di Chiomonte. Dopo mesi di criminalizzazione mediatica, arriviamo al 9 dicembre, quando quattro notav (Chiara, Mattia, Claudio e Niccolò) vengono arrestati su mandato della Procura di Torino perché accusati di aver partecipato ad un’azione contro il cantiere avvenuta nella notte fra il 13 e il 14 maggio.

Un’azione che, come già accaduto nelle pratiche del nostro movimento, aveva daneggiato alcune attrezzature del cantiere. Per la  rocura di Torino si tratta di “attentato con finalità di terrorismo”. Per noi si tratta di una giusta resistenza. L’accusa di  terrorismo” comporta delle pene molto pesanti. Ma nell’inchiesta della Procura torinese si va ben oltre: vengono utilizzati per la  rima volta in Italia articoli che definiscono “terrorista” qualsiasi forma di resistenza a quanto deciso dai poteri economici e politici. Ogni imposizione dello Stato, secondo i Pm Rinaudo e Padalino, ammette tutt’al più la lamentela, ma non l’opposizione  ttiva. Insomma, in questo tentativo di attaccare frontalmente il movimento no tav si sperimentano dei modelli che potranno  ssere applicati in futuro ad ogni forma di dissenso reale. Ne va della libertà di tutti. Per questo lanciamo un appello per una  obilitazione nazionale sui vari territori per il 22 febbraio:

– Contro l’accusa di terrorismo e la criminalizzazione di chi lotta

– In solidarietà con tutti i no tav imputati e indagati

– per la liberazione di Chiara, Claudio, Mattia, Niccolò e degli altri no tav ancora ai domiciliari

– Per rilanciare le lotte

– Perché chi attacca alcuni/e di noi, attacca tutte e tutti

– Per ribadire con forza che fermarci è impossibile

Per questi motivi il Movimento NO TAV

INDICE E PROPONE PER IL 22 FEBBRAIO

UNA GIORNATA NAZIONALE DI MOBILITAZIONE E DI LOTTA

OGNUNO NEL PROPRIO TERRITORIO

a tutte quelle realtà che resistono e si battono contro lo spreco delle risorse pubbliche, contro la devastazione del territorio, per il  iritto alla casa, per un lavoro dignitoso, sicuro e adeguatamente retribuito. Una mobilitazione comune in solidarietà ai compagni  i lotta incarcerati, ai compagni di lotta già condannati, a quella innumerevole schiera di resistenti che ancora deve affrontare il  iudizio per aver difeso i beni comuni, una giornata di lotta alla quale seguirà nella metà di marzo un appuntamento a Roma per la  ifesa e la legittimità delle lotte sociali. In preparazione della giornata di lotta si invita ad effettuare assemblee sui territori per  ensibilizzare la popolazione sia su questi temi sia sui progetti che si contrastano. Appello del Coordinamento dei comitati del Movimento NO TAV.

Villar Focchiardo 29 gennaio 2014


					
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